
Davide Lopez, Loretta Zorzi
Dalla depressione al sorgere della persona
Raffaello Cortina Editore - Milano, 1990
Quarta di copertina
Teoria e clinica della depressione
ripercorse nell'ottica
di un modello terapeutico
centrato sulla tensione relazionale
Seconda di copertina
Malattia epocale, la depressione è il luogo in cui lo psicoanalista incontra, più che altrove, il dolore morale e l'odio, la colpa e il lutto. In questo libro, Davide Lopez e Loretta Zorzi Meneguzzo conducono un confronto serrato tra le proprie posizioni e quelle degli autori più significativi della letteratura psicoanalitica che si sono interessati di questo tema in modo specifico: l'idea guida è la depressione come essenza della crisi esistenziale dell'era contemporanea, momento di rottura, vero e proprio crollo narcisistico, sgretolamento della corazza caratteriale adattativa ai modelli consuetudinari e imperanti sul piano culturale e sociale. Se da un lato il malato viene compreso nella sua umanità, superando la visione psicopatologica della letteratura psichiatrica tradizionale e le prospettive clinico-teoriche della psicoanalisi classica e della psicoterapia cognitivista, dall'altro gli autori non indulgono in alcun modo a una visione romantica della malattia, delineando un modello terapeutico che presiede alla trasformazione libidico-emotiva del paziente e che trova la propria emblematica e poetica realizzazione nel sorgere della persona.
Indice
Presentazione (Fausto Petrella) VII
Introduzione XIII
Capitolo I
La psicoanalisi dell'oggetto, dei conflitti e della colpa.
La sottomissione dell'Io all'oggetto 1
La duplice mistificazione di Freud 1
Karl
Abraham: l'importanza delle fasi precoci dello sviluppo
libidico-emotivo nella depressione 6
Melanie Klein: l'idealizzazione della
posizione depressiva 14
Il "lavoro del lutto e del dolore" come disumanizzazione
meccanicistica 18
Tentativi di umanizzazione e visione globale 22
Mania: trionfo
dell'Io sull'oggetto. Depressione: trionfo
dell'oggetto sull'Io 25
Capitolo II
La psicoanalisi del Sé, della vergogna e della debolezza
(deficit) 29
Harry Guntrip: la depressione come difesa dalla debolezza 29
Lo
sforzo compensatorio della coscienza contro la
depressione 36
Capitolo III
La psicoanalisi dell'odio e della formazione dell'Altro: funzione
antidepressiva dell'odio 49
Donald W. Winnicott: l'odio come precondizione per
l'uso
dell'oggetto 49
La redenzione dell'aggressività 53
Capitolo IV
Tentativi di integrazione tra psicoanalisi dell'oggetto e
psicoanalisi del Sé 59
Tra Kernberg e Kohut 59
Offuscamento della differenza tra
l'oggetto e il Sé:
lo stato fusionale originario 67
Differenziazione tra Super-io e Io ideale:
distinzione tra
colpa e vergogna 73
Carattere e depressione 86
Capitolo V
Il sorgere della persona 91
Analisi del crollo narcisistico 91
L'annullamento
della depressione mediante il vuoto 98
Mimesi speculare reciproca 109
Dalla
mimesi speculare alla persona 117
Bibliografia 125
Nel chiedermi amichevolmente di scrivere una presentazione di
questo loro libro, i due autori mi hanno suggerito di essere breve. Condivido la
richiesta. Una presentazione breve è infatti la migliore: non ha la pretesa di
elencare o di chiarire i contenuti dell'opera presentata; non si mette in
competizione con essa, ma semplicemente ne addita qualche aspetto; la introduce
sveltamente in società, dove, in questo caso, non mancherà certamente di farsi
strada da sola, con le proprie gambe e in virtù delle sue qualità specifiche.
È comunque compito della presentazione di un libro, breve o lunga che sia,
predisporre il lettore alla buona accoglienza. Da qui la necessità che il
presentatore sia un amico. Lo scopo di una presentazione si raggiunge di solito
assumendo toni concilianti e cerimoniali tra due estremi in contrasto:
sottolineare l'originalità e l'unicità dell'opera, mostrando insieme la
somiglianza del nuovo con quanto già esiste ed è noto, sia degli stessi autori,
sia originato nel . più ampio contesto tematico e culturale.
Tutto questo cela a malapena i residui di uno scenario tribale, segretamente
rituale, di accoglimento del neonato nella società, presente dietro la maschera
compassata delle nostre costumanze scientifiche. Un rito di passaggio viene
compiuto da questa presentazione al tempio in modo non appariscente.
Chi ha seguito gli sviluppi degli scritti di Davide Lopez nell'arco di circa
venti anni, a partire da Analisi del carattere ed emancipazione (1970) potrebbe
facilmente sorprendersi per lo meno dell'argomento di questo libro. Proprio
Lopez, 1'"inattuale", sacrifica all'altare della depressione, un tema
tipicamente d'attualità, sul quale annualmente si organizzano un'infinità di
congressi e si sfornano
scritti d'ogni tipo? Non saranno gli autori depressi essi stessi? Posso
assicurare che gli autori non sembrano affatto depressi e sono anzi sorridenti e
di ottimo umore. E allora perché un interesse proprio per la depressione, una
malattia epocale, che sembra aver assunto un andamento invasivo, assorbendo,
assieme alla schizofrenia, il campo dell'intera nosologia e della psicopatologia
e che ha fatto praticamente sparire quell'isteria dalla quale la psicoanalisi
era potuta nascere?
La scelta tematica non è in verità strana. Infatti, hic sunt leones: qui più che
altrove lo psicoanalista si imbatte nel dolore morale allo stato brado e l'odio,
la colpa e il lutto sono di casa. Qui lo psicoanalista è costretto a manifestare
le proprie posizioni sulle estreme questioni della vita e della morte, e a
rivelarsi di fronte alla concentrazione tragica e massimamente dolente che il
depresso incarna.
Per chi, come Lopez, sembra interessato nei suoi scritti non tanto alle
categorie nosologiche della psicoanalisi, ma a una serrata critica dall'interno
delle procedure analitiche e a una revisione di quelli che direi i momenti
"ideologici" e "caratterologici" della psicoanalisi clinica, la depressione
risulta allora un terreno di verifica privilegiato. Lopez e Loretta Zorzi sono
impegnati a evidenziare e criticare, in una prospettiva di superamento, quelle
opzioni orientatrici decisive che non scaturiscono solo dalla clinica e dalle
sue evidenze, ma da scelte di campo inconsce o preconsce del ricercatore,
dettate da esigenze d'altro genere: dall'adesione alle idee correnti e dal
bisogno di adeguarsi alla scientificità ufficiale, sino a realizzare finalmente
l'ideale di una psicoanalisi normalizzata. Bisogni di questo genere possono
anche avere conseguenze deteriori e in loro nome si realizzano tanti tradimenti
dell'aderenza all'inconscio, al fondamento selvaggio della instintualità umana,
che reclama le sue esigenze a gran voce nei sintomi delle nevrosi e delle
psicosi. Un'istanza, quella dell'inconscio, rispetto alla quale la risposta
della psicoanalisi è chiamata da sempre a schieramenti radicali, come fu alle
sue origini.
I rischi di una "pubblicazione" sono per gli psicoanalisti sempre i medesimi: da
un lato un'alleanza della psicoanalisi, magari sottile e inapparente, alla
repressione corrente, gravida di effetti sulle procedure della terapia e della
clinica; un confondersi con l'atteggiamento psichiatrico e le sue esigenze, che,
soprattutto nella terapia della depressione, non ha mai proceduto troppo per il
sottile. Ne è un aspetto un ossequio fastidioso di certa psicoanalisi alle mode
scientifiche e culturali del momento, sino a una corsa all'aggiornamento delle
sue metafore, scambiando tutto questo per modernità e progresso
clinico-scientifico; e ancora una sottomissione alle vedute epistemologiche
d'attualità, dalle quali ottenere l'auspicata patente della scientificità.
Dall'altro la psicoanalisi può restare prigioniera delle impostazioni e delle
scelte, sempre arbitrarie, della metapsicologia; perdendo di vista il fatto che
alla teoria si può far dire qualsiasi cosa, che i modelli che essa propone sono
necessari, almeno a mio avviso, ma devono restare ampiamente aperti per loro
natura e funzione: sono cioè a nostro servizio e non vanno serviti, ma solo
rispettosamente e criticamente usati con le dovute maniere, nonché fatti
progredire. Le modalità d'uso sono dettate dalla clinica, dalla relazione
terapeutica, da come si intendono le sue finalità e la sua tecnica
Diversamente, la teoria si trasforma in un pregiudizio di principio, che altro
non è che scelta preliminare, forzatura della relazione terapeutica entro le
strettoie della teoria, col rischio di offuscare anziché rischiarare quello che
resta il compito fondamentale dell'analista: la percezione dei materiali entro
la relazione e l'elaborazione ricettiva dell'esperienza clinica, la capacità
dell'analista di mantenere la funzione di guida nel viaggio di rigenerazione
personale dell'analisi.
Le questioni di accento, di prosodia, di "modulazione" (come si esprimono i due
autori) sono fondamentali in psicoanalisi: l'incessante discutere e confrontarsi
degli analisti è legato a un'indeterminatezza del loro oggetto, che viene
valutato mediante un apparato di nozioni e una strumentalizzazione in cui si
giocano scelte che rispecchiano non solo l'esigenza di raffigurare lo stato
delle cose della clinica, ma che sono anche soluzioni di compromesso con il
carattere stesso del ricercatore, con quanto determina ciò che potremmo chiamare
i suoi gusti o il suo stile ideologico e le sue scelte. Qualcosa che affonda le
sue radici nella sua persona da un lato e nelle idee correnti dell'epoca
dall'altro.
Una simile impasse ha fatto svalutare progressivamente presso un certo numero di
psicoanalisti la metapsicologia, alla quale veniva affidata incautamente la
credenziale di scientificità della psicoanalisi. L'attuale diffusa diffidenza
internazionale, sino al discredito, verso la teoria, si è inevitabilmente
associata a una svalutazione e a una conseguente tendenza a minimizzare il
valore terapeutico della cura analitica. Oppure a ridurre la cura a momenti
tattici parziali, a
qualcosa che assomiglia più a una guerriglia locale che a una guerra, con la sua
visione strategica complessiva; più a un accudimento da nursery che a un
confronto tra due persone, in cui il soggetto, e l'analista con lui, giocano il
tutto per il tutto nella lotta per l'emancipazione personale e per la sconfitta
della nevrosi. Ciò che Lopez e Zorzi sembrano fare, e invitarci a fare col loro
libro, suona per me così: cimentiamo idee e concetti metapsicologici, mettiamo a
ferro e fuoco le idee cliniche correnti e vediamone l'uso, riacquistiamo in
questo il gusto della polemica scientifica, del contrasto dei pensieri.
Polemos, almeno a livello dei pensieri, è certamente produttivo e generativo,
rivela potenzialità creatrici, e insomma non distrugge veramente nulla, ma solo
chiarisce e rigenera. Del resto, come sarebbe possibile creare qualcosa di
costruttivo con la distruttività dilagante nella depressione, senza
l'intraprendenza "del ferro e del fuoco", senza l'energia ideale richiesta da
Polemos?
Ciò che Lopez e Zorzi intendono per depressione non è soltanto quello che la
psichiatria intende con essa, e neppure è identificabile con una "posizione" di
tipo kleiniano, ma è un momento universale e ubiquitario dell'organizzazione
mentale che può essere messo in forma e in luce nel lavoro analitico e che si
presenta come un aspetto inevitabile nell'esperienza umana.
Con un vigore insolito per le forme compassate del genere scientifico, di solito
attente a non urtare nessuno e a lasciare le cose come stanno, troviamo espresso
lungo tutto il libro un appello: pensiamo insieme, in modo più alto e profondo,
ai concetti basilari della psicoanalisi, nel quadro di una visione complessiva
della vita, in rapporto alle questioni cruciali e ai compiti dell'individuo:
definirsi nel suo rapporto d'amore con l'altro sesso, nella relazione uomo-donna
che esprime il massimo livello della relazione umana; rispetto alla fede del
soggetto in sé e negli altri; alla ricerca, che non eluda il confronto tragico,
di una visione personale che sia insieme universale, radicalmente emancipativa e
rispettosa tuttavia delle possibilità di ciascuno, divina (ma non troppo) e
umana (ma non troppo).
La "via di mezzo" della psicoanalisi perseguita dagli autori richiede che le
posizioni antagoniste vengano evocate, messe in tensione e attraversate mediante
un lavoro di valutazione critica serrata, che essi non mancano di fare lungo
tutto il libro, in un corpo a corpo appassionato con una grande quantità di
studiosi, grandi e meno grandi. Questa via di mezzo non ha nulla di
confortevole, è sempre quella "via nella selva" che Lopez continua a costruire e
cercare da
anni, ora disboscando senza complimenti, ora trattando con delicatezza e tatto
gli arbusti più delicati, cercando di discernere l'utile dal nocivo. Questo
procedere implica "tensione" personale, cimento con gli autori considerati e
anche con il lettore, e non si ottiene senza una riflessione intransigente su di
sé*, ma che sappia anche giocare con i pensieri, capace anche di cacciarli o di
dominarli all'occorrenza. Entro questo spazio agonale della riflessione
clinico-metodologica tutti sono chiamati alla collaborazione, tutti vengono
invitati a partecipare.
Si sviluppa così una seria e gioiosa schermaglia con metodi e teorie, che viene
esibita con una vivacità e profondità inconsueta rispetto ai rituali scientifici
correnti. Senza ombra d'arroganza, con la serietà del gioco, senza l'allusività
levigata quasi prescritta dal bon ton delle esposizioni accademiche: un modo
d'esprimersi diretto, che a molti potrà sembrare temerario esibire al perbenismo
dilagante.
In realtà, la sorridente veemenza del libro, la sua dichiarata passionalità, a
tratti mi ha molto ricordato certe pagine saggistiche di David H. Lawrence,
nelle quali converge tutta una tradizione letteraria di agitatori di coscienze
sopite e renitenti, di grandi ricercatori di una dimensione personale, che non
hanno rinunciato a ricercare "al di là della saggezza e della follia ", oltre le
strettoie dei linguaggi ammessi, una esistenza più autentica, che non opponga il
bambino all'adulto, la disciplina al gioco, la libertà all'amore e alla fiducia.
Una veemenza animata da una tensione prospettica, e al tempo stesso capace di
testimoniare un'adesione alla sostanza del pensiero e della pratica
psicoanalitica, misurandosi con una clinica - qui quella della depressione -
orientata dall'ideale della costruzione personale. Un simile ideale introduce di
per sé una procedura alternativa all'idea puramente sottrattiva di un'analisi
"per via di levare". Senza per questo cadere in un'analisi "supportiva" o in una
psicoterapia di tipo suggestivo. Qui è un'altra via a essere proposta, della
quale Lopez e Zorzi forniscono indicazioni precise, sia teoriche sia cliniche.
La ricca messe di novità interpretative - sul Super-io, 1'Io ideale e il
significato della posizione schizoide; sul senso di colpa e di vergogna e sull'edipo;
sulla megalomania e sulla mania, tanto per citarne alcune -, di revisioni di
concetti, di riformulazione e suggestioni cliniche, non verrà qui riassunta.
Queste novità costituiscono la sostanza delle proposte degli autori. Nessun
aspetto della teoria e della clinica della depressione resta immobile, tutto
viene movimentato e arieggiato: mettendo in questione le idee ricevute dalla tradizione
psicopatologica non solo rispetto alla patologia depressiva, ma anche rispetto
all'intera concezione della cura.
Sottolineo solo in un particolare minimo un aspetto generale dell'impostazione
degli autori: quando scrivono che vi sono psicoanalisti che non hanno esitato a
"disturbare persino il feto con la presentificazione di supposti oggetti", essi
mostrano con evidenza di pensare che l'orientamento complessivo delle nostre
immaginazioni scientifiche non è irrilevante, ma pieno di insidie e di follie
teoriche che non hanno nulla di veramente verificabile. Che abbiamo come
psicoanalisti la responsabilità dei nostri pensieri ultimi e persino dei nostri
gusti. E che è più difficile non pensare nulla, che pensare frettolosamente, più
facile e rassicurante riempire il vuoto che attraversarlo. E che sempre in
psicoanalisi occorre diventare consapevolmente ciò che già si è.
Le concezioni psicoanalitiche non possono evitare di misurarsi con questo loro
appello, la cui sostanza è insieme etica e scientifica, formale-stilistica e
ricca di contenuti propositivi, e che in Lopez e Zorzi lascia intravvedere il
premio di un piacere e di una gioia conquistata resistendo alla grande sirena
del dolore e del sadomasochismo.
Da questo libro scaturisce un effetto tonico per il lettore: la speranza di
ottenere, per se e quaggiù, la benedizione di un'euforia di buona lega,
un'euforia nel significato greco della parola.
Fausto Petrella
In questo libro vengono sviluppate le problematiche
specifiche della malattia depressiva nel confronto dialogico con la letteratura
psicoanalitica internazionale sull'argomento1.
Nell'affrontare l'analisi della depressione ci si imbatte in
due fondamentali correnti psicoanalitiche che prendono le mosse da angolazioni
diverse. Alla psicoanalisi classica, fondata sulla, e regolata dalla, teoria
strutturale della mente - Freud e i suoi epigoni, soprattutto americani -, e
alla psicoanalisi kleiniana delle relazioni di oggetto - oggetti interni per
intenderci -, si è con gli anni contrapposta quella che noi preferiamo definire
"psicoanalisi del Sé", e che altri autori connotano come "psicoanalisi del
deficit". La psicoanalisi freudiana e quella kleiniana, a nostro modo di vedere,
enfatizzano l'oggetto, esterno e interno, quindi i conflitti tra l'Io e le
diverse componenti della struttura psichica da un lato, e tra l'Io e la realtà
esterna dall'altro, dove sentimento di colpa e istanza riparativa dell'Io nei
confronti dell'oggetto assumono posizione dominante.
Dal canto suo, la psicoanalisi del Sé rovescia in qualche modo la prospettiva,
ponendo in primo piano e privilegiando il "difetto fondamentale" (Balint),
l'inadeguatezza trofica dell'oggetto fondamentale e lo stato inerme di debolezza
e di vergogna del Sé (Erikson e Guntrip), costretto a sviluppare istanze
compensatorie narcisistiche, coagulate nel Sé grandioso (Kohut). Tra queste due
fondamentali correnti psicoanalitiche la nostra posizione è intermedia - la "via
di mezzo" -, sospinta dall'esigenza, che noi pensiamo epocale, come richiamo insistente e persistente dell'Essere, di modulare e armonizzare
antico e nuovo, passato e presente.
La teoria della tensione relazionale, da noi sostenuta lungo il corso del libro,
implica ed esige il superamento del dominio afoso dell'oggetto da un lato, e
delle inesauste pretese narcisistiche e ingorde dell'Io-Se2 dall'altro, sì da
pervenire a un equilibrio relazionale, melodico e armonico dell'Io-Sé con gli
oggetti interni ed esterni. Prospettiva essenziale della teoria della tensione
relazionale, nell'avvento del futuro, è la costruzione della persona e il
rapporto d'amore persona-persona.
La malattia depressiva si è imposta gradualmente all'attenzione dello psichiatra
e dello psicoanalista, e ha invaso a tal punto il territorio occupato dalla
schizofrenia e dalle nevrosi, da assorbire l'interesse prevalente degli studiosi
nell'ultimo trentennio. Ciò non stupisce, nella misura in cui si conosce l'invasività
del depresso, l'appello implicito ed esplicito e la pressione che egli esercita
sul piano familiare e sociale, riuscendo a sommuovere collusioni nell'ambiente
che lo circonda. D'altra parte, il diffondersi della malattia in America e in
Europa è manifestazione di una crisi esistenziale generalizzata, che ha assunto
carattere di tipicità nell'uomo della nostra epoca.
In campo parapsicoanalitico, le teorie cognitiviste-comportamentali di Arieti e
di Beck offrono spunti interessanti, da un punto di vista eclettico-empirico,
alla comprensione clinico-teorica della malattia depressiva, nella misura in cui
rivendicano l'indispensabilità di una maggiore attività dello psicoterapista -
da Lopez sostenuta per lunghi anni in psicoanalisi, indipendentemente da questi
autori - nell'evidenziare gli schemi cognitivi deformati e difettosi del malato.
Tuttavia, il loro disinvolto tentativo di sostituire la vecchia psicoterapia,
con cui essi identificano la psicoanalisi, cozza contro lo zoccolo duro della
loro stessa incapacità a penetrare nelle strutture profonde della psicologia
umana, scandagliata dagli psicoanalisti del Sé: Fairbairn, Winnicott, Balint,
Guntrip e Kohut. Essi sembrano ignorare letteralmente il significato del
narcisismo e delle motivazioni profonde, inconsce e preconsce, che sono alla
base degli schemi cognitivi e ne connettono le svariate deformazioni. Da un
lato, costoro accettano concetti psicoanalitici tradizionali, dall'altro la loro
conoscenza della psicoanalisi si arresta agli anni pionieristici. Questa mistificazione consente loro di presentarsi alla ribalta e sul
palcoscenico della storia come rivoluzionari.
A nostro modo di vedere, la diffusione su scala planetaria della malattia
depressiva, più che espressione del diradarsi dei "fili della trama", dell"`allentamento
della struttura trascendentale dell'Essere", e dello sconvolgimento del
movimento temporale che implica fissazione a un passato irripetibile, che
proietta la sua ombra mortifera sul futuro, come sostiene Binswanger, è
manifestazione del progressivo sfaldamento e dissoluzione delle strutture
caratteriali controllate dal Super-io.
La presunzione di Binswanger, che sviluppa il suo pensiero clinico-teorico dalla
teoria intenzionale di Husserl, lo conduce a individuare nella depressione, e
nella sua alternativa maniacale, la manifestazione di un esperimento malriuscito
dell'Essere, termine per lui equipollente a "Natura". La sofferenza depressiva
sarebbe, dunque, manifestazione della disperazione dell'Essere stesso, per
essersi irretito in una svolta e in un esperimento malriuscito e senza ritorno.
Conseguenze ineluttabili di questo fallimento dell'Essere-Natura sono: l'irrecuperabilità
di colui che soffre di "psicosi maniaco-depressiva" e la fondazione del "dasein",
dell'esserci dell'uomo, come immedicabile passività e irrimediabile
irresponsabilità: l'uomo diventa soltanto marionetta (von Kleist), sospesa ai
fili dell'Essere. Questa impalcatura teorico-filosofica serve a Binswanger per
contrabbandare, sul piano clinico, talis qualis, le formulazioni gnoseologiche e
le prospettive terapeutiche della vecchia psichiatria: il depresso è uno
psicotico, a cui è concessa, in alcuni casi, la guarigione sintomatologica, ma a
cui è sbarrata la via, in una profonda crisi, di una trasformazione esistenziale
tale da essere accolto nel grembo della vitalità dell'Essere. L'irrecuperabilità
del malato è strettamente connessa alla temporalità, concepita in modo lineare e
afosamente incalzante da Husserl. La fissazione irriducibile del depresso al
passato, all'oggetto e ai valori perduti, alla "retentio", significa, per
Binswanger, che applica in modo, in verità, troppo personale, le teorie
storicistiche del maestro, che il depresso ha irrefragabilmente perduto il treno
della storia, ed è, dunque, irrecuperabile.
Implicita nel concetto di tempo emotivo di Lopez è la potenzialità del recupero
totale, libidico-emotivo, vivente, del passato significativo della storia
individuale e universale e degli oggetti di questa storia nell'hic et nunc
relazionale e nell'eternità dell'attimo. In verità, non vi è crisi esistenziale
più profonda del cataclisma depressivo, certamente la forma più grave di depressione, da cui il depresso può
emergere come individuo rigenerato e trasformato come persona.
Osserviamo ora rapidamente la malattia depressiva dal punto di vista della
simbolizzazione. La fissazione al passato, come possibilità trasformativa non
avvenuta, relazione d'amore non realizzata, oggetto perduto, irreparabilmente e
irrimediabilmente, può essere anche compresa come disturbo di simbolizzazione.
Il simbolo e la sua funzione trasformativa sono perduti per il soggetto e
vengono fatti propri dal passato e dai suoi oggetti. Nella misura in cui il
trattamento psicoanalitico della depressione riesce a recuperare e a
riappropriare per il malato la funzione simbolica, in questa stessa misura viene
superata la visione dogmatica, tra lo scettico e il depressivo, di Binswanger,
per il quale il difetto di simbolizzazione è - metafisicamente e
feticisticamente - costitutivo e "naturale", statico e non dinamico. È proprio
attraverso il recupero del simbolo che l'uomo getta un ponte fiducioso verso
l'avvenire.
Il Cristianesimo aveva, quanto meno, istituito la potenzialità del libero
arbitrio che implica per l'uomo la possibilità di essere attore, compartecipe
della storia. E, dunque, qualora noi volessimo perfino pensare la malattia
depressiva come esperimento malriuscito dell'Essere, potremmo, in una concezione
più approfondita rispetto a quella di Binswanger, implicante anche il
rovesciamento tragico-dialettico e paradossale dell'intenzionalità dell'Essere,
arrivare a considerare che la diffusione estensiva della malattia depressiva sia
necessità epocale, tragica appunto, affinché l'uomo, in essa e per essa, e con
il coraggio della più paradossale trasgressione, in una prolungata e
sconvolgente crisi esistenziale, colga richiami e significati non ancora
manifesti ed espliciti dell'Essere e consegua così una nuova ricomposizione
modulata e armonica del rapporto con l'Essere.
In questa breve introduzione ci siamo soffermati a lungo su alcuni autori che
negli ultimi trent'anni sono penetrati nel campo della ricerca sui disturbi e
sulle malattie mentali, perché essi, con una impostazione teorica essenzialmente
divulgativa, e con un metodo terapeutico semplificato, fanno appello a coloro
che vogliono risparmiarsi la fatica e la responsabilità tremende di una intensa
tensione conoscitiva, di un costante approfondimento clinico e di un delicato e
melodico impegno terapeutico.
Note
l. Gli autori riprendono qui il metodo già sperimentato nel capitolo 7 "Dal
carattere alla persona" del volume 2° del Trattato di psicoanalisi, a cura di
A.A. Semi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1989.
2. Sotto questa dizione abbiamo riunito insieme l'Io e il Sé.
