Narcisismo e amore
La teoria della complessità, dell'et-et e della distinzione

con Loretta Zorzi

Angelo Colla Editore - Vicenza, 2005


Con il furto del frutto
dell'albero della conoscenza
essi persero il giardino dell'Eden
e l'albero della vita.
L'amore
per l'albero della vita
riconduce gli amanti nel giardino
dell'Eden con il gusto ritrovato
per il frutto della sapienza.


Quarta di copertina

«Parlare profondamente d'amore significa incontrare l'intimità, il nucleo narcisistico più segreto di se stessi.
Risulta immediatamente evidente che l'amore è strettamente, intimamente, profondamente connesso con il narcisismo, quando si riconosce che il desiderio
di essere amati trova nel desiderio di amare il suo disgiungente accordo».
 


Seconda di copertina

La psicoanalisi della tensione relazionale, al di là di classicismo e intersoggettivismo postmodernista, sviluppa un rapporto ottimale fra narcisismo e amore, le due manifestazioni essenziali dell'esistenza. Oltre la frattura freudiana, conforme al paradigma dell'aut-aut, fra narcisismo e amore, gli autori, seguendo il paradigma dell'et-et, mostrano come il narcisismo sano coincida con l'amore maturo, e come la consapevolezza, sintetizzando libido e aggressività, costruisca l'erotismo genitale e l'amore della persona per la persona. Il lungo, teso confronto con le ultime teorizzazioni freudiane illustra la nuova visione della psicoanalisi e della vita sana, elaborata nei decenni da Davide Lopez. Il libro è, dunque, un contributo al superamento della troppo perdurante crisi della psicoanalisi. La ricomposizione in una sintesi superiore del pensiero di Marx, Nietzsche, Freud e Heidegger accompagna la riaffermazione del paradigma dell'et-et, fondamento dell'approccio alla teoria della complessità. I paradossi della logica acquistano significato e potenzialità costruttiva, e vengono risolti dalla dialettica dei distinti. In questa analisi l'attrazione della cultura per l'amore romantico, sempre sfuggente, si svela come cedimento all'allettamento seduttivo della novità, il cui pedaggio è però l'alienazione di sè, perduto dietro l'oggetto che non c'è, e l'impossibilità dell'amore perdurante. L'avvincente e complessa interpretazione del mito di Narciso accompagna il percorso verso la concezione di un narcisismo sano, baluardo contro l'alienazione di sé.

D.L. L.Z.


Sommario

   9    Introduzione

 15   I. Il mito di Narciso tra morte e rinascita (estratto)

 31   II. Oltre Freud (estratto)
 32   Sul narcisismo (1914)
 54   Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921)
 55   Sessualità femminile (1931)
 75   La femminilità (1932)
 90   La scomposizione della personalità psichica (1932)
110  Analisi terminabile e interminabile (1937)
138  Lineamenti di psicoanalisi (1938)

173  III. Maschilismo, femminismo, civetteria e amore (estratto)
              di Davide Lopez

199  IV. Disequilibri amorosi
              di Loretta Zorzi Meneguzzo
199  I discorsi tra ragazze
203  Conflitto mimetico
211  Femminismo e maschilismo: contesti e ideologie
215  Paura dell'ambivalenza
219  Narcisismo, attrazione fatale
222  Conflitto mimetico nell'amore
225  Inferiorità di fronte all'amore
229  Amore, speranza testarda
231  Una trasformazione possibile
235  Il ritorno

247  V. Dal narcisismo all'amore personale
247  Coraggio e responsabilità della determinazione (estratto)
255  Confronto con Freud (estratto)
263  La società di Gesù Bambino
269  L'amore
275  Il rapporto d'amore maturo (estratto 1) - (estratto 2)

298  Bibliografia citata


Introduzione

Le azioni umane, anche quelle considerate più nobili, sono permeate di narcisismo. Il pensiero tradizionale aveva congiunto il concetto di nobiltà con quello di sacrificio. Sentimenti e azioni nobili erano considerati tali, nella misura in cui implicavano anche abnegazione e abdicazione, dedizione di sé, rinuncia a oggetti di desiderio e rischio a volte mortale. «Bello è morire per la patria» era il canto seduttivo dei poeti per mistificare la mortificazione dell'istinto di autoconservazione con il velo degli ideali eroici. La psicoanalisi ha demistificato e desacralizzato quelle che Karl Marx definiva le sovrastrutture. Noi non vogliamo buttar via, stralciare tutto il passato tragico della specie umana, di cui la poesia, l'arte e il pensiero filosofico e scientifico sono componenti sostanziali. L'imbellettamento culturale è, però, notevolmente impastato di narcisismo. Desideriamo mostrare in questo libro come il narcisismo esibizionistico e grandioso implichi un prezzo, un sacrificio, appunto. La moneta sonante con cui si paga per le soddisfazioni narcisistiche quasi sempre risultanti in masochismo, quando implicano sacrificio e abnegazione di sé, è l'egoismo. Viene sacrificato l'amore di sé, ma anche il vero amore per l'altro. Una delle mete di questo nostro lavoro è di indicare la possibilità di fondere insieme, nell'amore personale reciproco, il narcisismo sano con l'egoismo maturo.
    La demitizzazione di ciò che la cultura e la civiltà del passato consideravano sacro è il risultato di spinte demolitrici e rivoluzionarie. Tuttavia, a questo punto, è indispensabile una distinzione essenziale nell'ambito stesso della sacralizzazione. A livello individuale, familiare e sociale, da che mondo è mondo, «delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo», direbbe René Girard, ogni nuova generazione ha come sua tendenza quella di contestare, appunto demitizzare, dissacrare i principi, le norme, la cultura, l'etica, i canoni fondamentali insomma, della generazione che la precede. La struttura culturale istituzionalizzata del passato, costituita rigidamente, era in grado di resistere alla spinte ribelli delle nuove generazioni mediante l'istituzione di riti iniziatici e di punizioni esemplari. Ma, in tempi recenti le cose sono cambiate. La generazione dei padri ha iniziato a soffrire di quella che potremmo definire la cattiva coscienza. Se si vuole mantenere un vertice di osservazione ampio e distaccato, i movimenti contestativi che vorrebbero apparire rivoluzionari non devono, a loro volta, essere idealizzati e sacralizzati, per evitare ripetizioni monotone, automatiche, in fondo inconcludenti e perfino distruttive, del susseguirsi di generazioni che sono inconsapevoli del significato prevalentemente adolescenziale della protesta. Infatti, una cosa è protestare, un'altra è trasgredire. Contestazione e protesta si riferiscono, sic et simpliciter, ai movimenti di ribellione all'ordinamento costituito della società. Hanno, quindi implicitamente, più significato negativo che positivo. I contestatori in genere sono guidati e dominati da un'istanza demolitrice. Nell'attacco ai genitori e ai professori dell'epoca gloriosa del Sessantotto la violenza emotiva rivendicativa prevaleva, in modo deciso, sulla formulazione di idee e di progetti ricostruttivi e risanatori.
    Nella stessa società di psicoanalisi il movimento contestatore si limitava a criticare gli anziani per quello che a sentir loro non avevano fatto, per come pensavano e come agivano, piuttosto che dedicarsi, trasgressivamente, alla edificazione di ideali e mete propositivi. Lopez ricorda studenti contestatori, i quali pretendevano che i "professori" escogitassero soluzioni per problematiche esistenziali, di cui essi stessi - ve n'erano di più anziani degli stessi didatti - non avevano la più pallida idea. In fondo, volevano una sola cosa: si desse loro ragione, a prescindere da qualsivoglia contenuto. Temevano qualsiasi responsabilità.
    Ben diverso è il significato della vera trasgressione. A colui che ha decostruito gli ideali, i concetti, le formule, la struttura del pensiero della cultura di un'intera epoca si addice il termine trasgressore. Grandi trasgressori sono stati Marx e Nietzsche. Il trasgressore è un individuo che pensa ed agisce in modo singolare. Un vero trasgressore ha il sentimento e la capacità di opporsi al modo di pensare, non solo di un gruppo di appartenenza, ma di un'intera società. Perché ha integrato l'universale! Il grande trasgressore le rivoluzioni non le fa nelle piazze, ma in quell'universo che è la sua mente. I filosofi, a differenza degli psicoanalisti, sono pervenuti al concetto di universale. Marx, per esempio, lo aveva mutuato da Hegel: l'universale era il filo conduttore del suo pensiero. Quando, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx dice «Il rapporto dell'uomo alla donna è il più naturale rapporto dell'uomo all'uomo. In esso si mostra, dunque, fino a che punto il comportamento naturale dell'uomo è divenuto umano, ossia fino a che punto la sua umana essenza gli è diventata esistenza naturale ... e fino a che punto l'uomo, nella sua esistenza la più individuale, è ad un tempo comunità.», egli vuol dire che entrambi, uomo e donna, hanno attinto nella loro esistenza l'essenza universale della specie umana. Tanto meno l'universale è concepito e tenuto presente, quanto più ci avviciniamo agli scritti degli psicoanalisti postmodernisti che concepiscono il soggetto come transeunte, episodico, evanescente e uniformemente scambiabile, pur nella sua unicità esistenziale.
    Ed è, soprattutto, il significato surrettizio e inconsapevole dell'etica che istituisce il carattere limitativo dell'universale, ridotto appunto ad etica, che mascherandosi da universale impone storicisticamente regole e modalità al sentire e all'agire umano. Tuttavia, per chi è abituato a pensare in modo più rigoroso, la psicoanalisi, e in particolare il suo fondatore, forniscono, sia pure inconsapevolmente, alla cultura umana il cuore pulsante che spiega il significato genetico profondo dell'universale. Questo cuore pulsante è il conflitto edipico. Sebbene Lopez abbia fruttuosamente negli anni criticato la soluzione freudiana del conflitto edipico, nondimeno ha derivato da Freud il significato di universalità di esso, trasferendo, tuttavia, la concezione su un piano diverso da quello del Maestro, e indicando una nuova, più vitale e feconda soluzione. Essenziale del conflitto non sono tanto i caratteri spazio-temporali, quantitativi per così dire, ritrovabili cioè in una parte considerevole del nostro pianeta, nel presente e nel passato, quanto piuttosto la sua indispensabilità lungo il cammino dell'evoluzione e della maturazione umana, il suo significato libidico-emotivo e mentale, appunto essenziale. Freud aveva già preconsciamente intuito la necessità di istituire l'universale, come costituente essenziale della struttura della mente. Il superio è divenuto per Freud sempre più negli anni l'equivalente dell'etica e, quindi, il rappresentante normativo del diritto, della razionalità, della coscienza, nel suo duplice, ambiguo significato: etico e conoscitivo. Insomma, l'etica si è mistificata da universale.
    La contestazione del Sessantotto, a differenza di quelle precedenti, prevalentemente socioeconomiche, ha avuto il significato più specifico di conflitto generazionale. Lo scopo recondito della lotta era l'abbattimento della società patriarcale, la quale si sorreggeva sulla potenza costrittiva e limitativa, ma anche organizzativa del superio. Il risultato di questa lotta in psicoanalisi è stato il crollo del superio, e nella società in genere dei principi etici e giuridici che la sostenevano. Freud non aveva tenuto conto della lezione di Marx e della sua critica al falso universale: l'individuale mistificato ed elevato immediatamente e surrettiziamente a universale. Né si era dato pena di comprendere la critica di Nietzsche alle teorizzazioni filosofiche dei concetti di "verità", "razionalità", "giustizia", "mondo vero", e così via, dove il filosofo aveva mostrato in modo inequivocabile la volontà di potenza, come determinante essenziale di questi concetti verniciati e idealizzati. Ma tanto la critica di Marx, quanto quella di Nietzsche ai falsi universali, che Lopez ha fatto proprie e sintetizzato nei suoi scritti, non implicavano affatto l'eliminazione e la destituzione dell'universale, quanto piuttosto la sua emancipazione dal tentativo riduzionistico e storicistico delle religioni e delle filosofie.
    Dunque, la rielaborazione del conflitto edipico conduce a queste conclusioni. La componente positiva di esso comprendeva per Freud l'amore del bambino per la madre e della bambina per il padre, e viceversa, la conflittualità aspra e intransigente dei bambini di entrambi i sessi verso il genitore del sesso opposto. Non è l'impostazione freudiana del conflitto ed essere deficitaria, quanto piuttosto la sua soluzione. Essa è insoddisfacente e deludente nella misura in cui è, soprattutto, affrettata e rinunciataria. Più ancora della bambina, il bambino, secondo Freud, rinuncia al conflitto, e si sottomette al genitore dello stesso sesso. Mediante rinuncia e sottomissione Freud pensava di avere gettato le basi per l'istituzione di una intramontabile civiltà culturale. Il conflitto con il genitore dello stesso sesso veniva sostituito da un'identificazione automatica: il superio, geneticamente rappresentativo del modo di pensare e di agire dei genitori, specificamente del padre, penetrava nella mente del soggetto, e da allora in poi determinava la sua vita. Si trattava, dunque, non di emancipazione, quanto piuttosto di sostituzione di una dipendenza esterna con una interna. L'individuo veniva coniato con lo stampino di un universale costrittivo. A questa coniazione si addiceva il concetto freudiano di "uomo normale", concetto che nello spazio e nel tempo si è perpetuato in psicoanalisi, soprattutto in quella cosiddetta classica.
    Una riconsiderazione approfondita del conflitto edipico ci conduce a un'altra, diversa e più feconda soluzione. In un conflitto edipico, dove la tensione non si attenua, come nell'affrettata soluzione di Freud, ma che si protrae nel tempo, il bambino e la bambina sani non rinunciano all'amore del genitore eterosessuale, né si arroccano in un irriducibile conflitto con quello del proprio sesso - il cui esito sarebbe, come abbiamo visto, l'identificazione coatta. Là dove maggiore è lo sforzo di comprensione del rivale, là è implicito il superamento delle proprie posizioni soggettive, grettamente egotiste e narcisistiche. Siamo, dunque, senza un particolare sforzo cerebrale, pervenuti alla conclusione che per gli individui concepiti dalla psicoanalisi classica e da quella intersoggettivista postmodernista altre soluzioni non vi sono, se non un'ostinata soggettività che vuole rimanere tale nella sua transeunte unicità, come proseguimento di contestazioni e ribellioni irriducibili al superio dei padri, quali si manifestano nell'adolescenza e nella post-adolescenza, oppure come sottomissione e identificazione coatta con i genitori e con la cultura tradizionale del patriarcato. In quest'ultimo caso si ha l'identificazione con il falso universale, come abbiamo già visto.
    Nella tensione prolungata è, invece, possibile pervenire all'acquisizione dell'universale, derivata dalla comprensione del modo di essere e pensare del genitore del proprio sesso, e non solo di esso, il che non implica affatto assoggettamento. Il soggetto acquisisce la capacità di accettare ciò che è valido e significativo di entrambi i genitori, e di rifiutare ciò che non lo è. Ed è proprio così che l'individuale si eleva ad universale, nella misura in cui il soggetto diventa rappresentante e messaggero dell'universalità e dell'eternità della specie umana, e oltre la specie umana. Nello sforzo di sollevamento all'universale, il genitore del proprio sesso perde il carattere e il significato di rivale e nemico, come pensava Freud e con lui una parte della psicoanalisi, e può essere integrato, quando è degno di esserlo, nel modello stesso della persona.
    Quando il paziente e lo studente cercano l'analisi, ciò significa che essi vanno alla ricerca di un modello di eterna universalità, quale non è loro riuscito di trovare nell'ambito della propria famiglia e della società in genere, di un modello che istituisce nella mente la libertà di pensare, il riguardo, l'apprezzamento e l'amore per la persona che si ama, per coloro che sono persone, ma anche per tutto ciò che è degno di essere pensato, rispettato ed amato.
    E, dunque, l'acquisizione dell'universale nell'individuale è quella sintesi, quella celebrazione emancipativa che simultaneamente redime e santifica narcisismo e amore. Il narcisismo non è più amore tautologico per sé stesso in quanto soggetto solipsistico, ma è amore per sé stessi in quanto «comunità dentro di sé» (Marx), equivalente, dunque, all'amore per colui o colei che è persona. Analogamente, l'amore per l'altra persona è anche manifestazione di egoismo maturo, proprio perché il desiderio per l'altro, come persona, comprende e svela l'universalità che unisce insieme, in unità, gli amanti. È il modello della persona che riunifica narcisismo sano ed egoismo maturo. Dunque, in questo libro noi abbiamo redento narcisismo ed egoismo, ma abbiamo anche compiuto ciò che non riuscì a Freud: riunire insieme gli irriducibili opposti del Maestro - narcisismo e amore. La dialettica degli opposti si è trasformata in dialettica dei distinti, come in Eraclito di cui ricordiamo l'intramontabile aforisma: «Non comprendono come, disgiungendosi, con sé stesso si accordi: una trama di rovesciamenti come quella appunto dell'arco e della lira» 14 (A 4).
 



 I. Il mito di Narciso tra morte e rinascita

pag. 17-18

...
    La punizione di Narciso, celebrata da Ovidio, non avviene per mano di Eros, ma ad opera di Nemesi, la dea della vendetta. Questa dea «fece in modo che il giovane, mentre cercava presso una fonte solitaria sollievo alla sete, dopo le fatiche della caccia, credesse di vedere nella sua immagine riflessa nell'acqua un bellissimo fanciullo, del quale si innamorò perdutamente» (p. 51). Il momento culminante della storia avviene quando «Narciso in un improvviso momento di illuminazione, si rende conto di essere stato tratto in inganno dalla propria immagine, ma ormai non può più tornare indietro: anziché guarire dalla sua illusione, capisce che l'oggetto del suo amore è lui stesso, e disperatamente, dopo essersi percosso il petto nudo, si lascia morire di inedia e di consunzione» (p. 51).
Dunque, la situazione veramente paradossale sembra consistere nel fatto che proprio la coscienza di sé, contraddicendo la psicoanalisi, è responsabile di una trappola irreversibile: l'autocoscienza non sembra risolvere il narcisismo. L'immagine riflessa diviene il buco nero che fatalmente attrae: l'immagine riconosciuta come Narciso espropria Narciso! Se osserviamo il problema dal punto di vista dell'alienazione, il paradosso si risolve. Mentre gli investimenti su oggetti esterni sono recuperabili, proprio perché questi non fanno parte del sé e, quindi, si può essere riamati, l'investimento del sé che si aliena insieme alle cariche oggettuali su uno specchio neutro è irrimediabile, perché non vi è più alcuna speranza, alcuna possibilità di restituzione. La proiezione, cioè l'alienazione di sé, diventa dunque irreversibile, a differenza di ciò che può avvenire nell'amore etero od omo sessuale. Il narcisismo che Freud riteneva incurabile è quindi spiegato. La soggettività è irrecuperabile perché è perduta nella totale oggettivazione di sé. È veramente la condanna immedicabile per il soggetto, perché è completamente e permanentemente espropriato del e dal proprio narcisismo. Il narcisismo alienato dentro di sé diventa il sequestratore, la prigione del soggetto.
...


II. Oltre Freud
Lineamenti di psicoanalisi (1938)

pag. 171-172

... Ma in Freud la spinta verso il futuro, verso 1'elevazione della vita, quale un io ideale è in grado di promuovere, ha minore spazio, minore intensità libidico-emotiva, minore passione che l'interesse verso il passato. L'analisi come conoscenza è il suo ideale. La vera vita per il Maestro è più nel passato che nel presente e nel futuro, è negli impulsi istintuali dell'infanzia, ma anche nei grandi personaggi biblici del passato, in Mosé per esempio. Come già detto, consideriamo la storia biblica da un vertice specifico di osservazione come l'apparizione di due fondamentali tipi di personaggi: i sacerdoti e i profeti. Freud è prevalentemente un sacerdote. La psicoanalisi per lui è una religione che deve essere conservata nella sua purezza. Ed è per questo che egli fu così duro e intransigente nei confronti di alcuni suoi allievi che, infatti furono definiti `eretici'. Jung comprese questo suo modo di essere e si dileguò. Freud conferma: «Quelli che hanno una preferenza per le generalizzazioni e per le distinzioni nette potrebbero dire che il mondo esterno, in cui l'individuo si trova esposto, dopo essersi staccato dai suoi genitori, rappresenta il potere del presente; che il suo es, con le sue tendenze ereditate, rappresenta il passato organico; e che il superio, che viene a congiungersi a loro in seguito, rappresenta più di qualsiasi altra cosa il passato culturale, che un bambino deve, per così dire, ripetere come una retro-esperienza durante i pochi anni di vita precoce.» (p. 206). E, poi, conclude: «Quindi il superio assume una specie di posizione intermedia tra l'es e il mondo esterno; esso unisce in sé stesso l'influenza del presente e del passato. Nell'istituzione del superio abbiamo dinanzi a noi, per così dire, un esempio del modo in cui il presente viene cambiato nel passato.» (p. 207). E il futuro dov'è, chi lo rappresenta? Poteva rappresentarlo l'io ideale, ma è scomparso, dileguato.


III. Maschilismo, femminismo, civetteria e amore

pag. 177-178

...
    Come ho mostrato anni fa al convegno su La seduzione («Gli Argonauti», 1988), l'analista deve essere un seduttore più abile di quanto lo sia il paziente, deve sapere utilizzare la forza di Eros a scopi costruttivi per conseguire la sanità del suo paziente. Egli si serve della capacità consumata di trasformare Eros in un gioco, come anche Winnicott, a suo modo, comprese. Dunque, mi si dirà: anche tu rivendichi la raffinata arte della civetteria! L'abilità di gioco dell'analista va oltre la civetteria, e si avvicina di più a quella di un genitore quando gioca con il bambino o la bambina, che non mira semplicemente alla conquista, al possesso narcisistico del figlio. L'analista non elude e non delude, né espropria il paziente, né si appropria del sé narcisistico di costui per utilizzarlo contro di lui o di lei, cosa che la civetta fa. E, qualora il paziente proiettasse sull'analista il suo sé narcisistico, cercando di stabilire una relazione sado-masochistica, si servirebbe della proiezione del paziente per analizzare l'insieme della struttura dei suoi doppi ruoli, indicandogli e aprendogli la strada verso una superiore integrazione. Dunque, anche la civetta può, alla lunga, essere sedotta, usando la sua stessa arma, per condurla al conseguimento di sé come persona. Quindi, in analisi la civetteria non è più fine a sé stessa, non è più alienante, non è più sfibrante e sterile come un cattivo gioco, ma è trasformata verso scopi superiori.


IV. Disequilibri amorosi
Conflitto mimetico nell'amore

pag. 222

René Girard (1998, p. 126), rileggendo Shakespeare, usa l'amara considerazione espressa in Sogno di una notte di mezza estate: «Lasciar decider d'amore gli occhi degli altri!», quale epitome delle determinazioni mimetiche nelle scelte d'amore. L'oggetto vale - e si comincia a notare la sua stessa esistenza - nella misura in cui esso è apprezzato e desiderato da altri, e ancora di più se appartiene ad altri. «... sì, Elena è bella se ogni giorno vi dissanguate per rifarle il trucco!», scriveva la tragica ironia di Shakespeare in Troilo e Cressida. Le sfumature mimetiche, che la profondità psicologica di Shakespeare aveva colto ai suoi tempi, si stanno incrementando e dilatando, ai nostri giorni, nel potere, direi nel dominio sempre più determinante del gruppo sulla vita sentimentale dei singoli. Girard è espressione, intellettualmente raffinata, di un rifiuto, personalistico e idiosincrasico, del freudiano complesso edipico. Egli, nelle interpretazioni dell'opera shakespeariana, pur nelle sue geniali intuizioni, riduce sempre gli altri ai pari (fratelli, amici, compagni) sottovalutando le profonde intuizioni edipiche del Bardo che contemplavano anche il salto generazionale. Pur stigmatizzando la "crisi del degree", Girard di fatto sminuisce il significato edipico asimmetrico del rivale. Contrapponendosi vistosamente a Freud, considera la rivalità intergenerazionale e non transgenerazionale.
    Frequentemente avviene che un uomo valga, se le amiche mostrano di apprezzarlo. Ne consegue la labilità del godimento di ciò che si possiede, poiché ogni apprezzamento e valutazione vengono delegati al confronto con il volubile giudizio - manifestato o presunto - del gruppo. Se una donna sta con un uomo mentre le amiche sono single, anche se quell'uomo è un poco di buono e un vampiro, ella sente di valere di più delle amiche, in forza di quella differenza mimetica.


V. Dal narcisismo all'amore personale
Coraggio e responsabilità della determinazione

pag. 253...

    Noi non vogliamo disconoscere il merito di Heidegger nell'avere esortato gli uomini di cultura e, precipuamente, i filosofi a pensare più profondamente e ad aprirsi all'ascolto dell'essere, trascurato dalla metafisica. Heidegger spinge a pensare l'essere come fondamento, come essenza dell'essere degli enti nel loro insieme. Egli ha giustamente criticato l'orgoglioso ergersi del piccolo io megalomanico di quegli enti (filosofi passati e presenti) che hanno innalzato l'ente a «soggetto o giudice» della storia. Tuttavia, il problema è come concepire l'essere. Come buco nero che esercita il suo potere di assoggettamento, o come il fertile manifestarsi nella storia, come aletheia che fluisce e, volta a volta, finisce per coincidere con gli enti? Nel pensiero di Heidegger questa coincidenza, per noi essenziale, dell'essere con gli enti non appare, poiché l'essere viene preservato nella sua purezza originaria, nella sua inconciliabile separatezza: da un lato l'essere sovraccarico di energia indeterminata, dall'altro gli enti determinati, come impoveriti e depauperati mortali. In Heidegger la dialettica degli opposti rimane irriducibile nella storia dell'individuo e della specie umana, non si risolve in quella dei distinti, come in Eraclito: gli opposti permangono nella differenza metafisica.
    Merito non indifferente di Heidegger, pur soggiornando egli stesso nella metafisica, è poi quello di avere categorizzato il significato di ciò che è da intendersi per metafisica. È il pensiero filosofico di quell'ente che si arroga il diritto di sostituirsi all'essere e di cogliere l'essenza dell'essere degli enti, come un ente (Dio), una facoltà (ragione, logica, coscienza, spirito, etica, ecc.), come demiurgo supremo del mondo degli umani. Un ente, una facoltà particolare, una sostanza altra diremmo noi, vengono posti come fondamento, come essenza dell'universo. D'altra parte, proprio nella misura in cui l'essere di Heidegger si preserva nell'indeterminatezza, nella purezza dell'occultamento, cioè, per così dire, non si sporca le mani nel manifestarsi e determinarsi come ente fra gli enti, conservando invece la sua trascendenza, in questa stessa misura l'essere finisce per coincidere con il dio degli egizi e della tradizione culturale ebraico-cristiana e assume, dunque, sempre più l'aspetto e il carattere di un ente onnipotentemente narcisistico che riflette la sua ombra fosca e afosa su un'umanità inebetita dallo stupore estatico. No! La persona nella nostra concezione è, a buon diritto, manifestazione, aletheia, realizzazione delle potenzialità più sane e mature, più elevate, ma anche più selvagge e più umane dell'essere. Nella persona avviene quel portento, dove la tensione apparentemente irreversibile fra l'indeterminato e il determinato, fra lo strapotente e il diseredato, si risolve in una sintesi melodica di individualità e universalità, di attimo ed eternità. Al posto dell'unicità dell'essere indeterminato, noi abbiamo individuato nella persona, in quanto modello e forma, la dimensione antitetica in grado di creare la tensione dialettica con l'essere. L'essere, in quanto indeterminatezza, se non avesse nella persona la sua antitesi, condurrebbe inesorabilmente l'universo verso la regressione e la degradazione entropica.
    Infine, non si tratta solo dell'"enticità dell'ente", come riconoscimento dell'essere quale essenza dell'ente, come sostiene Heidegger, ma anche e soprattutto dell'entizzarsi dell'essere come ente e, nella sua forma evoluta, come persona. Nel primo caso, messo in evidenza dal filosofo, permane la differenza Metafisica - egli insiste sul termine "differenza" contrapposto a "distinzione" - dove l'essere, pur essendo riconosciuto come essenza., dell'ente, permane nel suo nascondimento, perché non si dà veramente. Mentre nel secondo caso, la persona si autoriconosce come essere che si dà, che si entetizza. In questo modo, la frattura metafisica è finalmente e radicalmente superata. L'opposizione irriducibile concepita da Heidegger fra l'essere idolizzato e l'ente mortificato si risolve nella distinzione armonica fra l'energeia e la persona. Simultaneamente, si supera la piccola megalomania dell'ente che si inorgoglisce narcisisticamente e si inturgidisce nel momento stesso in cui si contempla come ente speciale, nella sua unicità episodica rispetto a tutti gli altri enti. L'ente che si riconosce come l'essere che si entetizza che bisogno ha di inorgoglirsi, egli che semplicemente è manifestazione, aletheia dell'essere stesso, divenuto persona. Ad ogni ente è aperta la via della realizzazione di sé come persona.


V. Dal narcisismo all'amore personale
Confronto con Freud

pag. 258-259

... Ma la contraddizione si estende e riguarda da vicino uno dei più essenziali contenuti del nostro libro: il narcisismo. Da un lato, gli dei vengono descritti al massimo del loro splendore e della loro autosufficienza da sibariti, assisi al tavolo festaiolo e godereccio, conversando e degustando i loro alimenti prelibati ed esclusivi, dall'altro preoccupati, addolorati, indignati, esacerbati da rancore vendicativo, perché deprivati, nientedimeno, delle esalazioni dei fumi dei sacrifici offerti loro dagli uomini, quando costoro si dimenticano di loro. Giulia Sissa sembra prendere sul serio la versione tradizionale concretistica della deprivazione nutritizia subita dagli dei, causata dalla mancanza del fumo degli arrosti. Ma cosa se ne fanno gli dei del fumo degli arrosti, essi che assaporano ben altri cibi, per giunta ristoratori biologici del loro benessere psicofisico? La spiegazione non può trovarsi nell'ambito della nutrizione, ma in quello del narcisismo frustrato. Gli dei sono immaginati letteralmente affamati e assetati del fumo di quelle che per loro sono vittime sacrificali, a cui corrisponde l'immolazione dei capri espiatori. Vittime sacrificali e capri espiatori che non sono immediatamente identificabili tra di loro, come sostiene invece René Girard, perché il sacrificio sazia narcisisticamente gli dei, mentre il capro espiatorio è un sacrificio in funzione degli umani. Si spiega così l'equivoco culturale: gli dei dell'Olimpo godono, dunque, narcisisticamente dei sacrifici. Una volta si celebravano sacrifici umani in seguito trasformati in ecatombi di animali preziosi per gli uomini. Gli dei si riempiono di vanità mediante l'inspirazione del fumo delle vittime offerte loro. Essi, però, si indignano se vengono trascurati e dimenticati, quando gli uomini si disamorano di loro. In questi casi il loro orgoglio narcisistico infuria tempestoso sulle teste dei mortali.
    Dunque, l'orgoglio narcisistico degli dei è il risultato della frustrazione del loro inesausto bisogno di essere amati e venerati. Alla divina pretesa sacrificale d'amore, corrispondeva l'immolazione del capro espiatorio, perfino del figlio primogenito, da parte degli uomini. Naturalmente, è abbastanza facile vedere in ciò un incontro collusivo, come nel caso di Abramo, ad esempio: i padri si liberavano dei loro più pericolosi rivali, sacrificandoli agli dei, cioè agli antenati mitici. In ogni caso, la comunità umana paga un prezzo al narcisismo degli dei, per soddisfare il proprio narcisismo, cioè il bisogno degli uomini, "troppo umano", di essere protetti, preferiti e amati. Vi è, inoltre, la presunzione narcisistica di ritenere che gli dei abbiano bisogno dei sacrifici degli uomini.


V. Dal narcisismo all'amore personale
Il rapporto d'amore maturo

pag. 289-290

... Ma una relazione che ha destino di durata, di intensità e di reciprocità si distingue dall'innamoramento, perché si approfondisce sempre di più, perché sempre di più si incrementano comprensione, intimità, piacere e gioia di essere insieme.
    Come non volere, dunque, che l'amore perduri nella sua potenzialità di rinnovarsi, di rigenerarsi, di parlarsi e di preferirsi sempre? Gli studiosi dell'amore sembrano trovare ostacoli difficilmente superabili sulla via di un rapporto d'amore esclusivo. Essi dicono, invece: come non aver bisogno dell'esotismo e delle novità che anche a uno psicoanalista come Mitchell sembrano tanto indispensabili, da spingerlo a considerare quasi improbabile, improponibile, e alla fine inevitabilmente noiosa una relazione perdurante? Il bisogno di novità, generato dalla noia esistenziale e da un acuto sentimento di inferiorità, è la molla emotiva, ma anche ideologica, che sostiene il postmodernismo, e in psicoanalisi l'intersoggettivismo. Dal vertice di osservazione della persona, l'impossibilità dell'amore perseverante è il pedaggio che l'intersoggettivista paga all'allettamento seduttivo delle novità.
    E' inevitabile che tutto ciò che è episodico, transeunte, fugace ed effimero, abbia bisogno di rifornimenti narcisistici continui, procurati da situazioni stimolanti ed eccitanti, derivati quindi da una vitalità mutuata dall'esterno. La distinzione fondamentale fra narcisismo maturo e immaturo è che il primo è autoreferenziale e autorifornentesi. Il narcisismo sano e l'egoismo maturo della persona devono avere dietro di loro il coraggio di rischiare la follia, di essere al di là del bisogno di riconoscimento da parte di un gruppo di appartenenza e perfino di un'intera società. Dopo che il postmodernismo ha attaccato e demolito l'universale, inevitabilmente i centri di propulsione energetica vengono collocati fuori dell'individuo, il quale, in questa condizione di debolezza, si trova in balia della necessità di alimentarsi continuamente mediante situazioni esterne, caduche ed evanescenti.
    La forza perdurante dell'amore consiste, invece, nella dedizione al compito-piacere di perfezionare sé stessi e la qualità del rapporto reciproco, di divenire sempre più persone e amanti. La reciprocità del rapporto può conseguire un livello tale di profondità, intensità e raffinatezza nello scambio di emozioni e pensieri, simultaneamente altruistici ed egoistici, da pervenire alla consapevolezza di non sciupare ciò che si è già realizzato per qualsivoglia bramosia di novità. Ciò non significa che i partner rimangano chiusi in una torre di avorio. Occasionali e selettive relazioni con amici rappresentano sempre un lieto accadimento. Manca, tuttavia, quella coazione, il cui responsabile è il superio sociale - il più regressivo che si conosca -, che costringe la maggior parte delle coppie contemporanee a una frequentazione che diventa nel tempo sempre più afosa e oppressiva, spesso causa di rotture dei rapporti. Gli amici, come Lopez si diverte ad affermare, sono la tomba dell'amore. Negli incontri con amici e conoscenti è essenziale che la solidarietà reciproca, ma anche la complicità (Alberoni), permangano su una base infrangibile. Se l'amore degli amanti non è fondato su una profonda comprensione e solidarietà, il pericolo, come molto spesso si osserva, è che uno o entrambi i partner, per compiacenza verso il superio sociale, alla ricerca di alleanze e supporto nei conflitti di coppia, cominci a mettere in rilievo i difetti e, perfino, a ridicolizzare il compagno. Tutto ciò è espressione del narcisismo immaturo: si tenta di superare il sentimento di inferiorità e l'inadeguatezza a spese del partner, cercando la complicità, l'omertà e gli applausi nel teatrino del superio sociale.


V. Dal narcisismo all'amore personale
Il rapporto d'amore maturo

pag. 296-297
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    La tensione, basata su un'irriducibile differenza metafisica tra essere ed ente, così come concepita da Heidegger, non risolve l'ambiguità dell'arcano. Seguendo, come sempre, il paradigma dell'et-et, noi siamo grati ad Heidegger a differenza di tanti suoi detrattori, per l'enfasi da lui posta sull'«oblio dell'essere» da parte di un'umanità perduta nella metafisica. Tuttavia, nel filosofo la differenza metafisica rimane irrisolvibile e irriducibile. Per noi, semplicemente, l'essere si manifesta nell'aletheia dell'ente, diventa l'ente, l'insieme degli enti umani, che sussistono in una determinata epoca, ma né si esaurisce in loro (nell'immanenza), né permane nella differenza trascendente, metafisica. Dunque, non è semplicemente che l'essere «si mantiene nel suo nascondimento». L'essere diviene gli enti: alcuni favoriti dal destino, disvelando il mistero, divengono consapevoli, altri, i "normali", permangono nell'incoscienza. Noi siamo l'essere in continuo divenire, fino a quando le nostre potenzialità bio-psicologiche di essere si esauriscono. Vi è, così, un continuo fluire e rifluire di identità e distinzione. Siamo l'essere e coincidiamo con esso, ma siamo anche distinti da esso, perché l'essere è inesauribile nel suo alternarsi di determinazione e indeterminazione. Questa consapevolezza è il miglior antidoto alla megalomania. La megalomania consiste, piuttosto, essenzialmente, nella pretesa di un ente, che in quanto tale, si arroga e si appropria, metafisicamente - potremmo dire narcisisticamente - della potenza dell'essere nel suo insieme: la megalomania metafisica come «elevazione immediata e surrettizia dell'individuale a universale» (Marx), come «volontà di potenza» (Nietzsche) di un individuo che divinizza mediante un'ipostasi sé stesso, in quanto individuo, ad un tempo episodico e speciale, invece di riconoscere il proprio significato e la propria forza nell'essere che si manifesta in lui.
A simiglianza dell'inesauribilità dell'essere, la relazione d'amore fra due persone può essere anch'essa inesauribile nel continuo fervore di comprensione reciproca dell'individualità e della soggettività, del narcisismo sano e dell'egoismo maturo di ciascuno. La relazione d'amore è la manifestazione più emblematica del continuo fluire e determinarsi dell'essere che, perennemente, si identifica con, e si distingue da, gli enti. Il rapporto d'amore fra due persone è la manifestazione simultanea della identità e della distinzione dell'essere e degli enti. L'amore rappresenta l'aspetto fluido dell'essere che si incarna temporaneamente negli enti. Gli amanti sono la determinazione dell'essere che perpetuamente si realizza distinguendosi nell'insieme degli enti. Ecco perché le due fondamentali posizioni libidico-emotive, simbiotica e schizoide, sono esse stesse espressione della complessità dell'essere, della sua duplice essenza, quale continuamente si attua in identità e distinzione.