
Narcisismo e
amore
La teoria della complessità, dell'et-et e della distinzione
con Loretta Zorzi
Angelo Colla Editore - Vicenza, 2005
Con il furto del frutto
dell'albero della conoscenza
essi persero il giardino dell'Eden
e l'albero della vita.
L'amore
per l'albero della vita
riconduce gli amanti nel giardino
dell'Eden con il gusto ritrovato
per il frutto della sapienza.
Quarta di copertina

«Parlare profondamente d'amore significa incontrare l'intimità, il nucleo
narcisistico più segreto di se stessi.
Risulta immediatamente evidente che
l'amore è strettamente, intimamente, profondamente connesso con il narcisismo,
quando si riconosce che il desiderio
di essere amati trova nel desiderio di amare il suo disgiungente accordo».
Seconda di copertina
La psicoanalisi della tensione relazionale, al di là di classicismo e intersoggettivismo postmodernista, sviluppa un rapporto ottimale fra narcisismo e amore, le due manifestazioni essenziali dell'esistenza. Oltre la frattura freudiana, conforme al paradigma dell'aut-aut, fra narcisismo e amore, gli autori, seguendo il paradigma dell'et-et, mostrano come il narcisismo sano coincida con l'amore maturo, e come la consapevolezza, sintetizzando libido e aggressività, costruisca l'erotismo genitale e l'amore della persona per la persona. Il lungo, teso confronto con le ultime teorizzazioni freudiane illustra la nuova visione della psicoanalisi e della vita sana, elaborata nei decenni da Davide Lopez. Il libro è, dunque, un contributo al superamento della troppo perdurante crisi della psicoanalisi. La ricomposizione in una sintesi superiore del pensiero di Marx, Nietzsche, Freud e Heidegger accompagna la riaffermazione del paradigma dell'et-et, fondamento dell'approccio alla teoria della complessità. I paradossi della logica acquistano significato e potenzialità costruttiva, e vengono risolti dalla dialettica dei distinti. In questa analisi l'attrazione della cultura per l'amore romantico, sempre sfuggente, si svela come cedimento all'allettamento seduttivo della novità, il cui pedaggio è però l'alienazione di sè, perduto dietro l'oggetto che non c'è, e l'impossibilità dell'amore perdurante. L'avvincente e complessa interpretazione del mito di Narciso accompagna il percorso verso la concezione di un narcisismo sano, baluardo contro l'alienazione di sé.
D.L. L.Z.
Sommario
15 I. Il mito di Narciso tra morte e rinascita (estratto)
31 II. Oltre Freud (estratto)
32 Sul narcisismo (1914)
54 Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921)
55 Sessualità femminile (1931)
75 La femminilità (1932)
90 La scomposizione della personalità psichica (1932)
110 Analisi terminabile e interminabile (1937)
138 Lineamenti di psicoanalisi (1938)
173
III. Maschilismo, femminismo, civetteria e amore (estratto)
di Davide Lopez
199
IV. Disequilibri amorosi
di Loretta Zorzi Meneguzzo
199
I discorsi tra ragazze
203 Conflitto mimetico
211
Femminismo e maschilismo: contesti e ideologie
215 Paura dell'ambivalenza
219 Narcisismo, attrazione fatale
222 Conflitto mimetico nell'amore
225 Inferiorità di fronte all'amore
229 Amore, speranza testarda
231 Una trasformazione possibile
235 Il ritorno
247 V. Dal narcisismo all'amore personale
247 Coraggio e responsabilità della determinazione (estratto)
255 Confronto con Freud (estratto)
263 La società di Gesù Bambino
269 L'amore
275 Il rapporto d'amore maturo (estratto
1) - (estratto 2)
298 Bibliografia citata
Le azioni umane, anche quelle considerate più nobili, sono
permeate di narcisismo. Il pensiero tradizionale aveva congiunto il concetto di
nobiltà con quello di sacrificio. Sentimenti e azioni nobili erano considerati
tali, nella misura in cui implicavano anche abnegazione e abdicazione, dedizione
di sé, rinuncia a oggetti di desiderio e rischio a volte mortale. «Bello è
morire per la patria» era il canto seduttivo dei poeti per mistificare la
mortificazione dell'istinto di autoconservazione con il velo degli ideali
eroici. La psicoanalisi ha demistificato e desacralizzato quelle che Karl Marx
definiva le sovrastrutture. Noi non vogliamo buttar via, stralciare tutto il
passato tragico della specie umana, di cui la poesia, l'arte e il pensiero
filosofico e scientifico sono componenti sostanziali. L'imbellettamento
culturale è, però, notevolmente impastato di narcisismo. Desideriamo mostrare in
questo libro come il narcisismo esibizionistico e grandioso implichi un prezzo,
un sacrificio, appunto. La moneta sonante con cui si paga per le soddisfazioni
narcisistiche quasi sempre risultanti in masochismo, quando implicano sacrificio
e abnegazione di sé, è l'egoismo. Viene sacrificato l'amore di sé, ma anche il
vero amore per l'altro. Una delle mete di questo nostro lavoro è di indicare la
possibilità di fondere insieme, nell'amore personale reciproco, il narcisismo
sano con l'egoismo maturo.
La demitizzazione di ciò che la cultura e la civiltà del passato consideravano
sacro è il risultato di spinte demolitrici e rivoluzionarie. Tuttavia, a questo
punto, è indispensabile una distinzione essenziale nell'ambito stesso della
sacralizzazione. A livello individuale, familiare e sociale, da che mondo è
mondo, «delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo», direbbe René
Girard, ogni nuova generazione ha come sua tendenza quella di contestare,
appunto demitizzare, dissacrare i principi, le norme, la cultura, l'etica, i
canoni fondamentali insomma, della generazione che la precede. La struttura culturale istituzionalizzata del passato,
costituita rigidamente, era in grado di resistere alla spinte ribelli delle
nuove generazioni mediante l'istituzione di riti iniziatici e di punizioni
esemplari. Ma, in tempi recenti le cose sono cambiate. La generazione dei padri
ha iniziato a soffrire di quella che potremmo definire la cattiva coscienza. Se
si vuole mantenere un vertice di osservazione ampio e distaccato, i movimenti
contestativi che vorrebbero apparire rivoluzionari non devono, a loro volta,
essere idealizzati e sacralizzati, per evitare ripetizioni monotone,
automatiche, in fondo inconcludenti e perfino distruttive, del susseguirsi di
generazioni che sono inconsapevoli del significato prevalentemente
adolescenziale della protesta. Infatti, una cosa è protestare, un'altra è
trasgredire. Contestazione e protesta si riferiscono, sic et simpliciter, ai movimenti
di ribellione all'ordinamento costituito della società. Hanno, quindi
implicitamente, più significato negativo che positivo. I contestatori in genere
sono guidati e dominati da un'istanza demolitrice. Nell'attacco ai genitori e ai
professori dell'epoca gloriosa del Sessantotto la violenza emotiva rivendicativa prevaleva, in
modo deciso, sulla formulazione di idee e di progetti ricostruttivi e
risanatori.
Nella stessa società di psicoanalisi il movimento contestatore si limitava a
criticare gli anziani per quello che a sentir loro non avevano fatto, per come
pensavano e come agivano, piuttosto che dedicarsi, trasgressivamente, alla
edificazione di ideali e mete propositivi. Lopez ricorda studenti contestatori,
i quali pretendevano che i "professori" escogitassero soluzioni per problematiche esistenziali, di cui essi stessi - ve n'erano di più anziani degli stessi didatti - non avevano la più pallida idea. In fondo,
volevano una sola cosa: si desse loro ragione, a prescindere da qualsivoglia contenuto. Temevano qualsiasi responsabilità.
Ben diverso è il significato della vera trasgressione. A colui che ha decostruito
gli ideali, i concetti, le formule, la struttura del pensiero della cultura di
un'intera epoca si addice il termine trasgressore. Grandi trasgressori sono
stati Marx e Nietzsche. Il trasgressore è un individuo che pensa ed agisce in
modo singolare. Un vero trasgressore ha il sentimento e la capacità di opporsi
al modo di pensare, non solo di un gruppo di appartenenza, ma di un'intera
società. Perché ha integrato l'universale!
Il grande trasgressore le rivoluzioni non le fa nelle piazze, ma in
quell'universo che è la sua mente. I filosofi, a differenza degli psicoanalisti,
sono pervenuti al concetto di universale. Marx, per esempio, lo aveva mutuato da
Hegel: l'universale era il filo conduttore del suo pensiero. Quando, nei
Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx dice «Il rapporto dell'uomo alla
donna è il più naturale rapporto dell'uomo all'uomo. In esso si mostra, dunque,
fino a che punto il comportamento naturale dell'uomo è divenuto umano, ossia
fino a che punto la sua umana essenza gli è diventata esistenza naturale ... e
fino a che punto l'uomo, nella sua esistenza la più individuale, è ad un tempo comunità.», egli vuol dire che entrambi, uomo e donna, hanno attinto nella loro
esistenza l'essenza universale della specie umana. Tanto meno l'universale è
concepito e tenuto presente, quanto più ci avviciniamo agli scritti degli
psicoanalisti postmodernisti che concepiscono il soggetto come transeunte,
episodico, evanescente e uniformemente scambiabile, pur nella sua unicità
esistenziale.
Ed è, soprattutto, il significato surrettizio e inconsapevole dell'etica che
istituisce il carattere limitativo dell'universale, ridotto appunto ad etica,
che mascherandosi da universale impone storicisticamente regole e modalità al
sentire e all'agire umano. Tuttavia, per chi è abituato a pensare in modo più
rigoroso, la psicoanalisi, e in particolare il suo fondatore, forniscono, sia
pure inconsapevolmente, alla cultura umana il cuore pulsante che spiega il
significato genetico profondo dell'universale. Questo cuore pulsante è il
conflitto edipico. Sebbene Lopez abbia fruttuosamente negli anni criticato la
soluzione freudiana del conflitto edipico, nondimeno ha derivato da Freud il
significato di universalità di esso, trasferendo, tuttavia, la concezione su un
piano diverso da quello del Maestro, e indicando una nuova, più vitale e feconda
soluzione. Essenziale del conflitto non sono tanto i caratteri spazio-temporali,
quantitativi per così dire, ritrovabili cioè in una parte considerevole del
nostro pianeta, nel presente e nel passato, quanto piuttosto la sua
indispensabilità lungo il cammino dell'evoluzione e della maturazione umana, il
suo significato libidico-emotivo e mentale, appunto essenziale. Freud aveva già preconsciamente intuito la necessità di istituire l'universale, come costituente
essenziale della struttura della mente. Il superio è divenuto per Freud sempre
più negli
anni l'equivalente dell'etica e, quindi, il rappresentante normativo del
diritto, della razionalità, della coscienza, nel suo duplice, ambiguo
significato: etico e conoscitivo. Insomma, l'etica si è mistificata da
universale.
La contestazione del Sessantotto, a differenza di quelle precedenti,
prevalentemente socioeconomiche, ha avuto il significato più specifico di
conflitto generazionale. Lo scopo recondito della lotta era l'abbattimento della
società patriarcale, la quale si sorreggeva sulla potenza costrittiva e
limitativa, ma anche organizzativa del superio. Il risultato di questa lotta in
psicoanalisi è stato il crollo del superio, e nella società in genere dei
principi etici e giuridici che la sostenevano. Freud non aveva tenuto conto
della lezione di Marx e della sua critica al falso universale: l'individuale
mistificato ed elevato immediatamente e surrettiziamente a universale. Né si era
dato pena di comprendere la critica di Nietzsche alle teorizzazioni filosofiche
dei concetti di "verità", "razionalità", "giustizia", "mondo vero", e così via,
dove il filosofo aveva mostrato in modo inequivocabile la volontà di potenza,
come determinante essenziale di questi concetti verniciati e idealizzati. Ma
tanto la critica di Marx, quanto quella di Nietzsche ai falsi universali, che
Lopez ha fatto proprie e sintetizzato nei suoi scritti, non implicavano affatto
l'eliminazione e la destituzione dell'universale, quanto piuttosto la sua
emancipazione dal tentativo riduzionistico e storicistico delle religioni e
delle filosofie.
Dunque, la rielaborazione del conflitto edipico conduce a queste conclusioni. La
componente positiva di esso comprendeva per Freud l'amore del bambino per la
madre e della bambina per il padre, e viceversa, la conflittualità aspra e
intransigente dei bambini di entrambi i sessi verso il genitore del sesso
opposto. Non è l'impostazione freudiana del conflitto ed essere deficitaria,
quanto piuttosto la sua soluzione. Essa è insoddisfacente e deludente nella
misura in cui è, soprattutto, affrettata e rinunciataria. Più ancora della
bambina, il bambino, secondo Freud, rinuncia al conflitto, e si sottomette al
genitore dello stesso sesso. Mediante rinuncia e sottomissione Freud pensava di
avere gettato le basi per l'istituzione di una intramontabile civiltà culturale.
Il conflitto con il genitore dello stesso sesso veniva sostituito da
un'identificazione automatica: il superio, geneticamente rappresentativo del modo di pensare e di agire dei genitori, specificamente
del padre, penetrava nella mente del soggetto, e da allora in poi determinava la
sua vita. Si trattava, dunque, non di emancipazione, quanto piuttosto di
sostituzione di una dipendenza esterna con una interna. L'individuo veniva
coniato con lo stampino di un universale costrittivo. A questa coniazione si
addiceva il concetto freudiano di "uomo normale", concetto che nello spazio e
nel tempo si è perpetuato in psicoanalisi, soprattutto in quella cosiddetta
classica.
Una riconsiderazione approfondita del conflitto edipico ci conduce a un'altra,
diversa e più feconda soluzione. In un conflitto edipico, dove la tensione non
si attenua, come nell'affrettata soluzione di Freud, ma che si protrae nel
tempo, il bambino e la bambina sani non rinunciano all'amore del genitore
eterosessuale, né si arroccano in un irriducibile conflitto con quello del
proprio sesso - il cui esito sarebbe, come abbiamo visto, l'identificazione
coatta. Là dove maggiore è lo sforzo di comprensione del rivale, là è implicito
il superamento delle proprie posizioni soggettive, grettamente egotiste e
narcisistiche. Siamo, dunque, senza un particolare sforzo cerebrale, pervenuti
alla conclusione che per gli individui concepiti dalla psicoanalisi classica e
da quella intersoggettivista postmodernista altre soluzioni non vi sono, se non
un'ostinata soggettività che vuole rimanere tale nella sua transeunte unicità,
come proseguimento di contestazioni e ribellioni irriducibili al superio dei
padri, quali si manifestano nell'adolescenza e nella post-adolescenza, oppure
come sottomissione e identificazione coatta con i genitori e con la cultura
tradizionale del patriarcato. In quest'ultimo caso si ha l'identificazione con
il falso universale, come abbiamo già visto.
Nella tensione prolungata è, invece, possibile pervenire all'acquisizione
dell'universale, derivata dalla comprensione del modo di essere e pensare del
genitore del proprio sesso, e non solo di esso, il che non implica affatto
assoggettamento. Il soggetto acquisisce la capacità di accettare ciò che è
valido e significativo di entrambi i genitori, e di rifiutare ciò che non lo è.
Ed è proprio così che l'individuale si eleva ad universale, nella misura in cui
il soggetto diventa rappresentante e messaggero dell'universalità e
dell'eternità della specie umana, e oltre la specie umana. Nello sforzo di
sollevamento all'universale, il genitore del proprio sesso perde il carattere e il significato di rivale e nemico, come
pensava Freud e con lui una parte della psicoanalisi, e può essere integrato,
quando è degno di esserlo, nel modello stesso della persona.
Quando il paziente e lo studente cercano l'analisi, ciò significa che essi vanno
alla ricerca di un modello di eterna universalità, quale non è loro riuscito di
trovare nell'ambito della propria famiglia e della società in genere, di un
modello che istituisce nella mente la libertà di pensare, il riguardo,
l'apprezzamento e l'amore per la persona che si ama, per coloro che sono
persone, ma anche per tutto ciò che è degno di essere pensato, rispettato ed
amato.
E, dunque, l'acquisizione dell'universale nell'individuale è quella sintesi,
quella celebrazione emancipativa che simultaneamente redime e santifica
narcisismo e amore. Il narcisismo non è più amore tautologico per sé stesso in
quanto soggetto solipsistico, ma è amore per sé stessi in quanto «comunità
dentro di sé» (Marx), equivalente, dunque, all'amore per colui o colei che è
persona. Analogamente, l'amore per l'altra persona è anche manifestazione di
egoismo maturo, proprio perché il desiderio per l'altro, come persona, comprende
e svela l'universalità che unisce insieme, in unità, gli amanti. È il modello
della persona che riunifica narcisismo sano ed egoismo maturo. Dunque, in questo
libro noi abbiamo redento narcisismo ed egoismo, ma abbiamo anche compiuto ciò
che non riuscì a Freud: riunire insieme gli irriducibili opposti del Maestro -
narcisismo e amore. La dialettica degli opposti si è trasformata in dialettica
dei distinti, come in Eraclito di cui ricordiamo l'intramontabile aforisma: «Non
comprendono come, disgiungendosi, con sé stesso si accordi: una trama di
rovesciamenti come quella appunto dell'arco e della lira» 14 (A 4).
I. Il mito di Narciso tra morte e rinascita
pag. 17-18
...
La punizione di Narciso, celebrata da Ovidio, non avviene per
mano di Eros, ma ad opera di Nemesi, la dea della vendetta. Questa dea «fece in
modo che il giovane, mentre cercava presso una fonte solitaria sollievo alla
sete, dopo le fatiche della caccia, credesse di vedere nella sua immagine
riflessa nell'acqua un bellissimo fanciullo, del quale si innamorò perdutamente»
(p. 51). Il momento culminante della storia avviene quando «Narciso in un
improvviso momento di illuminazione, si rende conto di essere stato tratto in
inganno dalla propria immagine, ma ormai non può più tornare indietro: anziché
guarire dalla sua illusione, capisce che l'oggetto del suo amore è lui stesso, e
disperatamente, dopo essersi percosso il petto nudo, si lascia morire di inedia
e di consunzione» (p. 51).
Dunque, la situazione veramente paradossale sembra consistere nel fatto che
proprio la coscienza di sé, contraddicendo la psicoanalisi, è responsabile di
una trappola irreversibile: l'autocoscienza non sembra risolvere il narcisismo.
L'immagine riflessa diviene il buco nero che fatalmente attrae: l'immagine
riconosciuta come Narciso espropria Narciso! Se osserviamo il problema dal punto
di vista dell'alienazione, il paradosso si risolve. Mentre gli investimenti su
oggetti esterni sono recuperabili, proprio perché questi non fanno parte del sé
e, quindi, si può essere riamati, l'investimento del sé che si aliena insieme
alle cariche oggettuali su uno specchio neutro è irrimediabile, perché non vi è
più alcuna speranza, alcuna possibilità di restituzione. La proiezione, cioè
l'alienazione di sé, diventa dunque irreversibile, a differenza di ciò che può
avvenire nell'amore etero od omo sessuale. Il narcisismo che Freud riteneva
incurabile è quindi spiegato. La soggettività è irrecuperabile perché è perduta
nella totale oggettivazione di sé. È veramente la condanna immedicabile per il
soggetto, perché è completamente e permanentemente espropriato del e dal proprio
narcisismo. Il narcisismo alienato dentro di sé diventa il sequestratore, la
prigione del soggetto.
...
II. Oltre Freud
Lineamenti di psicoanalisi (1938)
pag. 171-172
... Ma in Freud la spinta verso il futuro, verso 1'elevazione della vita, quale un io ideale è in grado di promuovere, ha minore spazio, minore intensità libidico-emotiva, minore passione che l'interesse verso il passato. L'analisi come conoscenza è il suo ideale. La vera vita per il Maestro è più nel passato che nel presente e nel futuro, è negli impulsi istintuali dell'infanzia, ma anche nei grandi personaggi biblici del passato, in Mosé per esempio. Come già detto, consideriamo la storia biblica da un vertice specifico di osservazione come l'apparizione di due fondamentali tipi di personaggi: i sacerdoti e i profeti. Freud è prevalentemente un sacerdote. La psicoanalisi per lui è una religione che deve essere conservata nella sua purezza. Ed è per questo che egli fu così duro e intransigente nei confronti di alcuni suoi allievi che, infatti furono definiti `eretici'. Jung comprese questo suo modo di essere e si dileguò. Freud conferma: «Quelli che hanno una preferenza per le generalizzazioni e per le distinzioni nette potrebbero dire che il mondo esterno, in cui l'individuo si trova esposto, dopo essersi staccato dai suoi genitori, rappresenta il potere del presente; che il suo es, con le sue tendenze ereditate, rappresenta il passato organico; e che il superio, che viene a congiungersi a loro in seguito, rappresenta più di qualsiasi altra cosa il passato culturale, che un bambino deve, per così dire, ripetere come una retro-esperienza durante i pochi anni di vita precoce.» (p. 206). E, poi, conclude: «Quindi il superio assume una specie di posizione intermedia tra l'es e il mondo esterno; esso unisce in sé stesso l'influenza del presente e del passato. Nell'istituzione del superio abbiamo dinanzi a noi, per così dire, un esempio del modo in cui il presente viene cambiato nel passato.» (p. 207). E il futuro dov'è, chi lo rappresenta? Poteva rappresentarlo l'io ideale, ma è scomparso, dileguato.
III. Maschilismo, femminismo, civetteria e amore
pag. 177-178
...
Come ho mostrato anni fa al convegno su
La seduzione («Gli Argonauti», 1988), l'analista
deve essere un seduttore più abile di quanto lo sia il paziente, deve sapere
utilizzare la forza di Eros a scopi costruttivi per conseguire la sanità del suo
paziente. Egli si serve della capacità consumata di trasformare Eros in un
gioco, come anche Winnicott, a suo modo, comprese. Dunque, mi si dirà: anche tu
rivendichi la raffinata arte della civetteria! L'abilità di gioco dell'analista
va oltre la civetteria, e si avvicina di più a quella di un genitore quando
gioca con il bambino o la bambina, che non mira semplicemente alla conquista, al possesso narcisistico del figlio. L'analista non elude e non delude, né espropria il paziente, né si appropria del sé narcisistico di costui
per utilizzarlo contro di lui o di lei, cosa che la civetta fa. E, qualora il
paziente proiettasse sull'analista il suo sé narcisistico, cercando di
stabilire una relazione sado-masochistica, si servirebbe della proiezione del
paziente per analizzare l'insieme della struttura dei suoi doppi ruoli,
indicandogli e aprendogli la strada verso una superiore integrazione. Dunque,
anche la civetta può, alla lunga, essere sedotta, usando la sua stessa arma, per
condurla al conseguimento di sé come persona. Quindi, in analisi la
civetteria non è più fine a sé stessa, non è più alienante, non è più sfibrante
e sterile come un cattivo gioco, ma è trasformata verso
scopi superiori.
IV. Disequilibri amorosi
Conflitto mimetico nell'amore
pag. 222
René Girard (1998, p. 126), rileggendo Shakespeare, usa l'amara considerazione
espressa in Sogno di una notte di mezza estate: «Lasciar decider d'amore gli
occhi degli altri!», quale epitome delle determinazioni mimetiche nelle scelte
d'amore. L'oggetto vale - e si comincia a notare la sua stessa esistenza - nella
misura in cui esso è apprezzato e desiderato da altri, e ancora di più se
appartiene ad altri. «... sì, Elena è bella se ogni giorno vi dissanguate per
rifarle il trucco!», scriveva la tragica ironia di Shakespeare in Troilo e
Cressida. Le sfumature mimetiche, che la profondità psicologica di Shakespeare
aveva colto ai suoi tempi, si stanno incrementando e dilatando, ai nostri
giorni, nel potere, direi nel dominio sempre più determinante del gruppo sulla
vita sentimentale dei singoli. Girard è espressione, intellettualmente
raffinata, di un rifiuto, personalistico e idiosincrasico, del freudiano
complesso edipico. Egli, nelle interpretazioni dell'opera shakespeariana, pur
nelle sue geniali intuizioni, riduce sempre gli altri ai pari (fratelli, amici,
compagni) sottovalutando le profonde intuizioni edipiche del Bardo che
contemplavano anche il salto generazionale. Pur stigmatizzando la "crisi del
degree", Girard di fatto sminuisce il significato edipico asimmetrico del
rivale. Contrapponendosi vistosamente a Freud, considera la rivalità
intergenerazionale e non transgenerazionale.
Frequentemente avviene che un uomo valga, se le amiche mostrano di apprezzarlo.
Ne consegue la labilità del godimento di ciò che si possiede, poiché ogni
apprezzamento e valutazione vengono delegati al confronto con il volubile
giudizio - manifestato o presunto - del gruppo. Se una donna sta con un uomo
mentre le amiche sono single, anche se quell'uomo è un poco di buono e un
vampiro, ella sente di valere di più delle amiche, in
forza di quella differenza mimetica.
V. Dal narcisismo all'amore personale
Coraggio e responsabilità della determinazione
pag. 253...
Noi non vogliamo disconoscere il merito di Heidegger nell'avere esortato gli
uomini di cultura e, precipuamente, i filosofi a pensare più profondamente e ad
aprirsi all'ascolto dell'essere, trascurato dalla metafisica. Heidegger spinge a
pensare l'essere come fondamento, come essenza dell'essere degli enti nel loro
insieme. Egli ha giustamente criticato l'orgoglioso ergersi del piccolo io
megalomanico di quegli enti (filosofi passati e presenti) che hanno innalzato
l'ente a «soggetto o giudice» della storia. Tuttavia, il problema è come
concepire l'essere. Come buco nero che esercita il suo potere di
assoggettamento, o come il fertile manifestarsi nella storia, come aletheia che
fluisce e, volta a volta, finisce per coincidere con gli enti? Nel pensiero di
Heidegger questa coincidenza, per noi essenziale, dell'essere con gli enti non
appare, poiché l'essere viene preservato nella sua purezza originaria, nella sua
inconciliabile separatezza: da un lato l'essere sovraccarico di energia
indeterminata, dall'altro gli enti determinati, come impoveriti e depauperati
mortali. In Heidegger la dialettica degli opposti rimane irriducibile nella
storia dell'individuo e della specie umana, non si risolve in quella dei
distinti, come in Eraclito: gli opposti permangono nella differenza metafisica.
Merito non indifferente di Heidegger, pur soggiornando egli
stesso nella metafisica, è poi quello di avere categorizzato il significato di
ciò che è da intendersi per metafisica. È il
pensiero filosofico di quell'ente che si arroga il diritto di sostituirsi
all'essere e di cogliere l'essenza dell'essere degli enti, come un ente (Dio),
una facoltà (ragione, logica, coscienza, spirito, etica, ecc.), come demiurgo
supremo del mondo degli umani. Un ente, una facoltà particolare, una sostanza
altra diremmo noi, vengono posti come fondamento, come essenza dell'universo.
D'altra parte, proprio nella misura in cui l'essere di Heidegger si preserva
nell'indeterminatezza, nella purezza dell'occultamento, cioè, per così dire, non
si sporca le mani nel manifestarsi e determinarsi come ente fra gli enti,
conservando invece la sua trascendenza, in questa stessa misura l'essere finisce
per coincidere con il dio degli egizi e della tradizione culturale
ebraico-cristiana e assume, dunque, sempre più l'aspetto e il carattere di un
ente onnipotentemente narcisistico che riflette la sua ombra fosca e afosa su
un'umanità inebetita dallo stupore estatico. No! La persona nella nostra
concezione è, a buon diritto, manifestazione, aletheia, realizzazione
delle potenzialità più sane e mature, più elevate, ma anche più selvagge e più
umane dell'essere. Nella persona avviene quel portento, dove la tensione
apparentemente irreversibile fra l'indeterminato e il determinato, fra lo
strapotente e il diseredato, si risolve in una sintesi melodica di individualità
e universalità, di attimo ed eternità. Al posto dell'unicità dell'essere
indeterminato, noi abbiamo individuato nella persona, in quanto modello e forma,
la dimensione antitetica in grado di creare la tensione dialettica con l'essere.
L'essere, in quanto indeterminatezza, se non avesse nella persona la sua
antitesi, condurrebbe inesorabilmente l'universo verso la regressione e la
degradazione entropica.
Infine, non si tratta solo dell'"enticità dell'ente", come
riconoscimento dell'essere quale essenza dell'ente, come sostiene Heidegger, ma
anche e soprattutto dell'entizzarsi dell'essere come ente e, nella sua forma
evoluta, come persona. Nel primo caso, messo in evidenza dal filosofo, permane
la differenza Metafisica - egli insiste sul termine "differenza"
contrapposto a "distinzione" - dove l'essere, pur essendo riconosciuto come
essenza., dell'ente, permane nel suo nascondimento, perché non si dà veramente.
Mentre nel secondo caso, la persona si autoriconosce come essere che si dà, che
si entetizza. In questo modo, la frattura metafisica è finalmente e radicalmente
superata. L'opposizione irriducibile concepita da Heidegger fra l'essere
idolizzato e l'ente mortificato si risolve nella distinzione armonica fra l'energeia
e la persona. Simultaneamente, si supera la piccola megalomania dell'ente che si
inorgoglisce narcisisticamente e si inturgidisce nel momento stesso in cui si
contempla come ente speciale, nella sua unicità episodica rispetto a tutti gli
altri enti. L'ente che si riconosce come l'essere che si entetizza che bisogno
ha di inorgoglirsi, egli che semplicemente è manifestazione, aletheia
dell'essere stesso, divenuto persona. Ad ogni ente è aperta la via della
realizzazione di sé come persona.
V. Dal narcisismo all'amore personale
Confronto con Freud
pag. 258-259
... Ma la contraddizione si estende e riguarda da vicino uno dei più essenziali contenuti del nostro libro: il narcisismo. Da un lato, gli
dei vengono descritti al massimo del loro splendore e della loro autosufficienza
da sibariti, assisi al tavolo festaiolo e godereccio, conversando e degustando i
loro alimenti prelibati ed esclusivi, dall'altro preoccupati, addolorati,
indignati, esacerbati da rancore vendicativo, perché deprivati, nientedimeno,
delle esalazioni dei fumi dei sacrifici offerti loro dagli uomini, quando
costoro si dimenticano di loro. Giulia Sissa sembra prendere sul serio la
versione tradizionale concretistica della deprivazione nutritizia subita dagli
dei, causata dalla mancanza del fumo degli arrosti. Ma cosa se ne fanno gli dei
del fumo degli arrosti, essi che assaporano ben altri cibi, per giunta
ristoratori biologici del loro benessere psicofisico? La spiegazione non può
trovarsi nell'ambito della nutrizione, ma in quello del narcisismo frustrato. Gli dei sono immaginati letteralmente affamati e assetati del fumo di
quelle che per loro sono vittime sacrificali, a cui corrisponde l'immolazione
dei capri espiatori. Vittime sacrificali e capri espiatori che non sono
immediatamente identificabili tra di loro, come sostiene invece René Girard,
perché il sacrificio sazia narcisisticamente gli dei, mentre il capro espiatorio
è un sacrificio in funzione degli umani. Si spiega così l'equivoco culturale:
gli dei dell'Olimpo godono, dunque, narcisisticamente dei sacrifici. Una volta
si celebravano sacrifici umani in seguito trasformati in ecatombi di animali
preziosi per gli uomini. Gli dei si riempiono di vanità mediante l'inspirazione
del fumo delle vittime offerte loro. Essi, però, si indignano se vengono
trascurati
e dimenticati, quando gli uomini si disamorano di loro. In questi casi il loro
orgoglio narcisistico infuria tempestoso sulle teste dei mortali.
Dunque, l'orgoglio narcisistico degli dei è il risultato della frustrazione del
loro inesausto bisogno di essere amati e venerati. Alla divina pretesa
sacrificale d'amore, corrispondeva l'immolazione del capro espiatorio, perfino
del figlio primogenito, da parte degli uomini. Naturalmente, è abbastanza facile
vedere in ciò un incontro collusivo, come nel caso di Abramo, ad esempio: i
padri si liberavano dei loro più pericolosi rivali, sacrificandoli agli dei,
cioè agli antenati mitici. In ogni caso, la comunità umana paga un prezzo al
narcisismo degli dei, per soddisfare il proprio narcisismo, cioè il bisogno
degli uomini, "troppo umano", di essere protetti, preferiti e amati. Vi è,
inoltre, la presunzione narcisistica di ritenere che gli dei abbiano bisogno dei
sacrifici degli uomini.
V. Dal narcisismo all'amore personale
Il rapporto d'amore maturo
pag. 289-290
... Ma una relazione che ha destino di durata, di intensità e di reciprocità si
distingue dall'innamoramento, perché si approfondisce sempre di più, perché
sempre di più si incrementano comprensione, intimità, piacere e gioia di essere
insieme.
Come non volere, dunque, che l'amore perduri nella sua potenzialità di
rinnovarsi, di rigenerarsi, di parlarsi e di preferirsi sempre? Gli studiosi
dell'amore sembrano trovare ostacoli difficilmente superabili sulla via di un
rapporto d'amore esclusivo. Essi dicono, invece: come non aver bisogno
dell'esotismo e delle novità che anche a uno psicoanalista come Mitchell
sembrano tanto indispensabili, da spingerlo a considerare quasi improbabile,
improponibile, e alla fine inevitabilmente noiosa una relazione perdurante? Il
bisogno di novità, generato dalla noia esistenziale e da un acuto sentimento di
inferiorità, è la molla emotiva, ma anche ideologica, che sostiene il
postmodernismo, e in psicoanalisi l'intersoggettivismo. Dal vertice di
osservazione della persona, l'impossibilità dell'amore perseverante è il
pedaggio che l'intersoggettivista paga all'allettamento seduttivo delle novità.
E' inevitabile che tutto ciò che è episodico, transeunte, fugace ed effimero,
abbia bisogno di rifornimenti narcisistici continui, procurati da situazioni
stimolanti ed eccitanti, derivati quindi da una vitalità mutuata dall'esterno.
La distinzione fondamentale fra narcisismo maturo e immaturo è che il primo è
autoreferenziale e autorifornentesi. Il narcisismo sano e l'egoismo maturo della
persona devono avere dietro di loro il coraggio di rischiare la follia, di
essere al di là del bisogno di riconoscimento da parte di un gruppo di
appartenenza e perfino di un'intera società. Dopo che il postmodernismo ha
attaccato e demolito l'universale, inevitabilmente i centri di propulsione
energetica vengono collocati fuori dell'individuo, il quale, in questa
condizione di debolezza, si trova in balia della necessità di alimentarsi
continuamente mediante situazioni esterne, caduche ed evanescenti.
La forza perdurante dell'amore consiste, invece, nella dedizione al
compito-piacere di perfezionare sé stessi e la qualità del rapporto reciproco,
di divenire sempre più persone e amanti. La reciprocità del rapporto può conseguire un livello tale di profondità,
intensità e raffinatezza nello scambio di emozioni e pensieri, simultaneamente
altruistici ed egoistici, da pervenire alla consapevolezza di non sciupare ciò
che si è già realizzato per qualsivoglia bramosia di novità. Ciò non significa
che i partner rimangano chiusi in una torre di avorio. Occasionali e selettive
relazioni con amici rappresentano sempre un lieto accadimento. Manca, tuttavia,
quella coazione, il cui responsabile è il superio sociale - il più regressivo
che si conosca -, che costringe la maggior parte delle coppie contemporanee a
una frequentazione che diventa nel tempo sempre più afosa e oppressiva, spesso
causa di rotture dei rapporti. Gli amici, come Lopez si diverte ad affermare,
sono la tomba dell'amore. Negli incontri con amici e conoscenti è essenziale che
la solidarietà reciproca, ma anche la complicità (Alberoni), permangano su una
base infrangibile. Se l'amore degli amanti non è fondato su una profonda
comprensione e solidarietà, il pericolo, come molto spesso si osserva, è che uno
o entrambi i partner, per compiacenza verso il superio sociale, alla ricerca di
alleanze e supporto nei conflitti di coppia, cominci a mettere in rilievo i
difetti e, perfino, a ridicolizzare il compagno. Tutto ciò è espressione del
narcisismo immaturo: si tenta di superare il sentimento di inferiorità e
l'inadeguatezza a spese del partner, cercando la complicità, l'omertà e gli
applausi nel teatrino del superio sociale.
V. Dal narcisismo all'amore personale
Il rapporto d'amore maturo
pag. 296-297
,,,
La tensione, basata su un'irriducibile differenza metafisica tra essere ed ente,
così come concepita da Heidegger, non risolve l'ambiguità dell'arcano. Seguendo,
come sempre, il paradigma dell'et-et, noi siamo grati ad Heidegger a differenza
di tanti suoi detrattori, per l'enfasi da lui posta sull'«oblio dell'essere» da
parte di un'umanità perduta nella metafisica. Tuttavia, nel filosofo la
differenza metafisica rimane irrisolvibile e irriducibile. Per noi,
semplicemente, l'essere si manifesta nell'aletheia dell'ente, diventa l'ente,
l'insieme degli enti umani, che sussistono in una determinata epoca, ma né si
esaurisce in loro (nell'immanenza), né permane nella differenza trascendente,
metafisica. Dunque, non è semplicemente che l'essere «si mantiene nel suo
nascondimento». L'essere diviene gli enti: alcuni favoriti dal destino,
disvelando il mistero, divengono consapevoli, altri, i "normali", permangono
nell'incoscienza. Noi siamo l'essere in continuo divenire, fino a quando le
nostre potenzialità bio-psicologiche di essere si esauriscono. Vi è, così, un
continuo fluire e rifluire di identità e distinzione. Siamo l'essere e
coincidiamo con esso, ma siamo anche distinti da esso, perché l'essere è
inesauribile nel suo alternarsi di determinazione e indeterminazione. Questa
consapevolezza è il miglior antidoto alla megalomania. La megalomania consiste,
piuttosto, essenzialmente, nella pretesa di un ente, che in quanto tale, si
arroga e si appropria,
metafisicamente - potremmo dire narcisisticamente - della potenza dell'essere
nel suo insieme: la megalomania metafisica come «elevazione immediata e
surrettizia dell'individuale a universale» (Marx), come «volontà di potenza»
(Nietzsche) di un individuo che divinizza mediante un'ipostasi sé stesso, in
quanto individuo, ad un tempo episodico e speciale, invece di riconoscere il
proprio significato e la propria forza nell'essere che si manifesta in lui.
A simiglianza dell'inesauribilità dell'essere, la relazione d'amore fra due
persone può essere anch'essa inesauribile nel continuo fervore di comprensione
reciproca dell'individualità e della soggettività, del narcisismo sano e
dell'egoismo maturo di ciascuno. La relazione d'amore è la manifestazione più
emblematica del continuo fluire e determinarsi dell'essere che, perennemente, si
identifica con, e si distingue da, gli enti. Il rapporto d'amore fra due persone
è la manifestazione simultanea della identità e della distinzione dell'essere e
degli enti. L'amore rappresenta l'aspetto fluido dell'essere che si incarna
temporaneamente negli enti. Gli amanti sono la determinazione dell'essere che
perpetuamente si realizza distinguendosi nell'insieme degli enti. Ecco perché le
due fondamentali posizioni libidico-emotive, simbiotica e schizoide, sono esse
stesse espressione della complessità dell'essere, della sua duplice essenza,
quale continuamente si attua in identità e distinzione.