Davide Lopez

La psicoanalisi della persona

Boringhieri - Torino, 1983


Quarta di copertina

"Da tempo la psicoanalisi ci avverte che la malattia del mondo,
che si rinnova monotonamente, da secoli immemorabili, sotto ai
nostri occhi insieme attoniti e rassegnati, si chiama pregenitalità,
onnipotenza, paranoia: quella logica perversa, sanguinaria, che
sorgendo dal terrore mobilita l'aggressività, il dominio, la caccia
alle streghe, e tutti gli aspetti ostili, predatori, invidiosi,
persecutori che si possono collegare a un arresto dello sviluppo
sulla via della maturità e della genitalità. Ma, a parere di Lopez,
questo è accaduto e accade perché, per troppo tempo, il
superamento dell'Edipo, la risoluzione del conflitto fra natura e
cultura, fra istinto e ragione, lo si è cercato a spese di uno dei
due termini opposti: quindi in nome di una composizione
forzosa, sotto alla quale il dissidio, lo split, conserva
tutta la sua virulenza."
"Se la soluzione freudiana: sottomissione al Super-io, e se la
riparazione del figlio ingordo e invidioso nei confronti della
madre, introdotta dal kleinismo, sfociano in una prassi
penitenziale, rassegnata e quindi rancorosa, dell'esistenza, esiste
un'altra via di uscita? È possibile conciliare il conflitto,
ricomporre l'unità al di là delle colonne d'Ercole dell'Edipo?
Lopez lo afferma e ne indica i modi. La sortita soddisfacente
da un'impasse millenaria ha un nome: si chiama `persona'."
(dalla Presentazione di Alfredo Todisco)


Indice

       Presentazione di Alfredo Todisco 9
       Prefazione 13

       PARTE PRIMA    LA PSICOANALISI DELLA PERSONA E DELLA GENITALITÀ

 1 - La genitalità come area di relazione tra mondo interno ed esterno 19
 2 - Il mondo magico, lo psicoanalista e la maschera 35
 3 - La psicoanalisi della tensione relazionale 62
 4 - Dalla relazione analitica come sogno alla relazione tra persone 89 
 5 - Il narcisismo nella relazione analitica 103

       PARTE SECONDA    DALLA CONOSCENZA ALLA CONSAPEVOLEZZA:
                                           IL CATACLISMA PSICOANALITICO

 6 - La conoscenza come deiezione della consapevolezza 123
 7 - Dalla conoscenza alla consapevolezza: il cataclisma psicoanalitico 139
 8 - Il Sé, il conflitto edipico e la persona 163

        PARTE TERZA    IL TIRO CON L'ARCO

  9 - Harold F. Searles, genio del male 183
10 - Postilla critica su Rosenfeld 196

        PARTE QUARTA    LA VIA NELLA SELVA

 

11 - Aforismi 203


Presentazione di Alfredo Todisco

    Ciò che per me rappresenta il motivo del fascino particolare della psicoanalisi di Davide Lopez - lo dico subito - é la rivendicazione, controcorrente in una civiltà repressa e banalmente edonistica come la nostra, della gioia e dell'amore da un lato, dell'autonomia e dell'emancipazione individuale dall'altro: due aspetti essenzialmente legati giacché non ci può essere gioia vitale e festa amorosa senza vera libertà, indipendenza mentale, intellettuale ed emotiva.
    Baudelaire, nella sua intuizione di poeta, ha scritto che essere felici vuol dire diminuire il tasso di paura, e noi oggi potremmo dire: paura del Super-io che, annidato dentro di noi, ci perseguita sadicamente. La via alla felicità, che Leopardi, il pessimista Leopardi, considerava aspirazione primaria negli esseri umani, appare continuamente ostacolata dalla paura, dall'angoscia: come indica quella sorta di ouverture dell'esistenza drammatica che é il conflitto edipico, e di cui la tragedia greca ha inscenato il senso, una volta per sempre, come conflitto e competizione per gli stessi oggetti. Sulla scia di Freud e in contrasto con la tendenza di molti psicoanalisti d'oggi, i quali, forse per il rischio mortale che comporta l'affrontare il conflitto edipico, tendono a svalutarlo e ad aggirarlo, Lopez lo richiama risolutamente in causa, giudicandolo il cuore pulsante, il motore centrale dello sviluppo individuale e sociale; sottolineando che dalla sua risoluzione adeguata dipende l'intero destino degli uomini.
    Non si può essere felici nella paura. Il conflitto edipico, in cui appare la contraddizione profonda tra desiderio e divieto, non è che il modello nucleare di tutti i conflitti postedipici, dove ogni meta desiderabile - l'immortalità e l'eternità innanzi a tutte le altre - ci sembra negata da forze immani che ci minacciano di annientamento: donde il sorgere della volontà di potenza, di dominio, l'aggressività omicida, che della paura e della delusione non è, spesso, se non il rovescio della medaglia.
    Da tempo la psicoanalisi ci avverte che la malattia del mondo, che si rinnova monotonamente, da secoli immemorabili, sotto ai nostri occhi insieme attoniti e rassegnati, si chiama pregenitalità, onnipotenza, paranoia: quella logica perversa, sanguinaria, che sorgendo dal terrore mobilita l'aggressività, il dominio, la caccia alle streghe, e tutti gli aspetti ostili, predatori, invidiosi, persecutori che si possono collegare a un arresto dello sviluppo sulla via della maturità e della genitalità. Ma, a parere di Lopez, questo è accaduto e accade anche perché, per troppo tempo, il superamento dell'Edipo, la risoluzione del conflitto fra natura e cultura, fra istinto e ragione, lo si è cercato a spese di uno dei due termini opposti: quindi in nome di una composizione forzosa, sotto alla quale il dissidio, lo split, conserva tutta la sua virulenza.
    Se la soluzione freudiana: sottomissione al Super-io, e se la riparazione del figlio ingordo e invidioso nei confronti della madre, introdotta dal kleinismo, sfociano in una prassi penitenziale rassegnata, e quindi rancorosa, dell'esistenza, esiste un'altra via di uscita? È possibile conciliare il conflitto, ricomporre l'unità al di là delle colonne d'Ercole dell'Edipo? Lopez lo afferma e ne indica i modi, che il lettore troverà nel volume e di cui posso qui solo accennare al punto d'arrivo. La sortita soddisfacente da un'impasse millenaria ha un nome: si chiama "persona".
    La persona è qualcosa di più dell'adulto "pentito" o "represso" nella misura in cui la psicoanalisi di Lopez è qualcosa di più di una terapia: è l'indicazione della strada che porta alla pienezza festosa della vita. Questa strada - l'universalizzazione dell'Io monco e scisso attraverso la congiunzione col tutto, con quel dio in cui i contrasti si armonizzano - appare in tutte le grandi religioni orientali, a cui anche il cristianesimo ha attinto. La complessità, il respiro ampio, l'originalità del pensiero di Lopez deriva anche dalle sue approfondite incursioni in quel vasto patrimonio culturale, rispetto al quale l'Occidente, dimentico di quella linfa, rappresenta oggi gli antipodi. Non è un caso che dopo Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, il pensatore europeo che suscita l'interesse di Lopez è Heidegger: il quale, in una stagione in cui la filosofia pareva travolta e messa in crisi dal pensiero scientifico, ebbe il coraggio di riprendere il discorso, ormai accantonato, sull'essere.
    I pensatori più profondi hanno sempre saputo che il male dell'uomo sta nella sua troppo immediata immedesimazione col proprio Io, e che la via per uscire dalle contraddizioni laceranti, spietate in cui esso si dibatte è la consonanza con l'universale. Ma ciò che la "psicoanalisi della persona" porta di nuovo e per certi aspetti di inaudito, sia rispetto all'ortodossia analitica sia rispetto alla sapienza tradizionale, è il modo attraverso il quale viene suggerito il superamento dell'Io fallico, empirico, episodico, intrappolato nell'angustia fisica dello spazio e del tempo, e il suo congiungimento con l'essere: o, in termini psicoanalitici, il buon rapporto conscio-preconscio.
    Detto in breve, questo "evento" lascia fuori di sé ogni attesa trascendente, metafisica, profetica; non si confonde col linguaggio dei religiosi e dei materialisti rivoluzionari che promettono il paradiso nel futuro, celeste o terrestre. Il superamento dell'Io alienato si compie qui, ora, nell'individuo vivente trasformato in persona, che di là dal guscio fisicalista di tempo e spazio scopre lo spazio e il tempo emotivo, il passato e il futuro nel presente, si apre al senso della sua eternità e universalità.
    Il passaggio dal narcisismo immaturo a quello maturo della persona, la quale, identificandosi con l'universo, allenta la presa sull'Io e considera che niente le è estraneo; questo capovolgimento simile a quello a cui Dante si espone nella Commedia e per il quale l'individuo, andando oltre il Sé, si fa rappresentante, esponente dell'essere, coincide con la conquista dell'autonomia, con l'affrancamento da ogni dipendenza dagli oggetti, che è la fonte della paura, e del suo rovescio, che è la volontà di dominio.
    Ma la persona, liberata dall'alienazione nel proprio "particulare", autonoma, unita in sé stessa, disponibile alla gioia senza senso di colpa e timore della dannazione e della punizione, non è una monade, non è un hortus conclusus, perché la sua formazione non si avvera nella solitudine solipsistica, ma nella relazione: di cui la relazione analitica è l'esperienza concentrata e rischiosa. La persona è l'essere relazionale per eccellenza. Nel rapporto con le altre persone si lascia alle spalle - perché li ha conosciuti e vissuti fino in fondo - gli estremi dell'atteggiamento simbiotico e di quello schizoide, la dipendenza sado-masochistica da un lato, l'isolamento reattivo, timoroso e accigliato dall'altro.
    Nella relazione genitale e personale, in cui anche la specificità sessuale viene oltrepassata, l'invidia, la gelosia, il bisogno di dominare e di essere dominato, l'angoscia di abbandono svaniscono nello sfondo: e la vita, che ora si manifesta nella sua gioia, merita la metafora di "giardino dell'Eden". E non si tratta di una soluzione privata. Nella misura in cui le persone - che hanno compiuto in sé una rivoluzione più ardua e durevole della presa della Bastiglia e della conquista del Palazzo d'Inverno - indicano col loro esempio vivente la via agli altri, il loro significato per la costruzione di una società più alta appare di primaria importanza.
    A me, triestino, sembra che la riscoperta dell'amore consapevole al di là della lotta mortale fra i sessi e la competizione per gli stessi oggetti, la festa in cui le persone corrispondono senza paura dell'annientamento, perché la felicità è eternizzata in ogni attimo, a me triestino, dico, piace concludere ricordando un tetrastico di Umberto Saba, che mi sembra sintonico con il senso più profondo e confortante del pensiero di Lopez: "Alla mesta adolescenza, ho lasciato i sogni vani, esser uomo tra gli umani, io non so più dolce cosa."

A. T.


Prefazione

    Questo libro raccoglie saggi, discorsi e aforismi, in verità quasi tutto ciò che ho vissuto e pensato negli ultimi anni. E, tuttavia, dal 1960 che tento d'introdurre in psicoanalisi, accanto al concetto di genitalità, quello di persona. Giustamente Wilhelm Reich afferma che il livello più alto dello sviluppo libidico-emotivo degli uomini - la genitalità - e ciò che ad esso attiene, dal punto di vista esistenziale e teorico, pur essendo semplice e comprensibile, a causa della generalizzata struttura difensiva del carattere, della diffusa, sociale corazza caratteriale, risulta ai più incomprensibile. In tempi remoti l'autore del Tao disse: "E molto facile conoscere le mie parole e molto facile praticarle; tuttavia, non c'è nessuno nel mondo intero che sia capace di conoscerle o di praticarle."
    Ho strettamente connesso e tenuto insieme, come consapevolezza sempre presente, i concetti di persona e genitalità. La persona è, a un tempo, il risultato e l'agente della genitalità, come quel modo di essere, quella forma organizzatrice del movimento libidico-emotivo di sviluppo degli esseri umani che, pur apparendo, nel senso greco di aletheia (disvelatezza), allo zenit della storia, quindi tardivamente, nondimeno attrae a sé come punto e livello di concentrazione e condensazione gerarchici tutta l'evoluzione. Heidegger nel suo sforzo persistente di superamento del concetto storicistico, lineare, del tempo sostiene che i concetti e le forme più maturi, sebbene si manifestino in epoche posteriori nella storia, in verità antecedono, presuppongono e riepilogano i concetti e le forme parziali e immature di pensiero, nello stesso modo in cui alcuni grandi maestri del pensiero mistico, religioso e filosofico dell'Oriente nella loro estrema semplicità e chiarezza di esposizione ci ricordano che ciò che è più completo - l'unità - comprende l'insieme di tutte le parti e perciò comunque le precede al di là dell'apparenza storica.
    La persona, dunque, nasce dal superamento e trascendimento dell'individuo episodico, transeunte, legato al tempo e alla storia intesa in un senso profano e mondano, allo spazio come spazio fisicistico e geografico, e si apre, da un lato, verso l'infinito e l'eterno e, dall'altro, verso la mortale, comune, natura umana. A colui che osa dissacrare i grandi, e perfino i grandissimi, nel sentimento di una profonda, autentica, gratitudine verso di loro e verso il passato, arride la persona. Se noi gettiamo uno sguardo d'insieme, sintetico, sulla filosofia occidentale e ci soffermiamo un attimo, carico d'intensità emotiva e di compenetrazione consapevole, sugli ultimi quattro grandi pensatori - Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger - che cosa vediamo di clamoroso, che cosa si muove attraverso e per loro? Noi vediamo la disintegrazione graduale delle forme e delle categorie logiche e razionali del pensiero, la catastrofe divenuta in Nietzsche inevitabile del "cogito, ergo sum", lo sfondamento di ogni verità e del concetto stesso di verità, quale appunto fondamento fondante dell'Io, il crollo fragoroso dello stesso Io, presuntuosamente veritiero e scientifico, che pensava non solo di ridurre l'universo a rappresentazione oggettiva, ma di poterlo per giunta comprendere scientificamente, come verità. Ma che cosa è, allora, la verità se non una duplice, nevrotica, necessità: sul versante regressivo, il bisogno di rassicurazione, riconoscimento e certezza di exsistere di fronte all'angoscia di disintegrazione, di annichilimento, di follia e di morte dell'Io, quindi angoscia psicologica; sul versante progressivo, volontà di potenza di un lo divenuto soggetto, il quale ponendosi di fronte (rappresentandosi) l'universo ridotto a oggetto, lo vuole, così, appropriare mediante un procedimento mentale di mistificazione. Qual è la mistificazione capitale? La mistificazione è la riduzione identificatoria, apparentemente logica, razionale e scientifica, insomma, l'equazione conoscenza = verità.
    Quando Nietzsche precipita nella follia, questo precipitare può essere ormai compreso, non più dall'esterno, da una gelida e cinica conoscenza, ma dall'interno di una sofferta e irrefragabile consapevolezza, andata oltre la catastrofe dopo averla esperita e pensata come il tentativo, supremo, lucidissimo, accaduto nel mondo della cultura occidentale, di creare un nuovo tipo di uomo attraverso la disintegrazione del vecchio uomo riduttivamente identificato con l'Io, filosofico e scientifico, dove filosofia e scienza mascheravano e mistificavano, come anche Marx aveva compreso, l'uomo dominato dalla volontà di potenza e dominio, l'uomo economico, l'uomo politico.
    Heidegger ha compiutamente nobilitato il sacrificio di questo Cristo dell'epoca moderna, quale è stato Friedrich Nietzsche. Da questo punto di vista noi possiamo intendere lo sforzo di ricostruzione di Heidegger sul piano filosofico come l'equivalente di quella fase che in psicoanalisi possiamo formulare come passaggio dal livello fallico-edipico, megalomanico, alla genitalità, e oltre questa alla persona. Epperò, Heidegger, spaventato dal crollo del grande pensatore che lo aveva preceduto, dalla catastrofe del tentativo nietzschiano di creare il superuomo, ha ridotto nuovamente l'uomo a pensatore e ha proiettato tutta la forza libidica, emotiva e mentale, speranza di rigenerazione e rinascita sulla terra, in un luogo irraggiungibile che ha chiamato "radura luminosa" e in un tempo a venire che e "il più considerevole da essere pensato", luogo irraggiungibile e tempo a venire che, sinteticamente, sulla scia dei pensiero greco-occidentale ha ridefinito "essere".
    L'individuo, passato attraverso quella che in psicoanalisi è stata definita, appunto, catastrofe (Bion) e, secondo il mio punto di vista, crollo dell'Io fallico-megalomanico, dell'Io edipico, catastrofe identificabile storicamente con la disintegrazione e la follia di Nietzsche, catastrofe che io mi sono permesso di ride finire cataclisma, dove l'accento è sulla rinascita, oltre tragedia, follia e morte, questo individuo trapassato e la persona.
    Qual è l'istanza, l'urgenza fondamentale della nostra epoca? A mio modo di vedere, quella di integrare due mondi culturali: quello dell'essere, della parola, dell'intraprendenza greco-occidentali, pagano-cristiani, e quello del non essere, del nulla, della morte, del silenzio, dei maestri dell'Oriente. Solo dal gioioso autoannullamento dell'Io, solo nel vuoto e nel silenzio lasciati liberi dalla caduta della volontà di potenza megalomanica, intesa come dominio, mistificata come economia, politica, sociologia, filosofia e scienza, parla la voce dell'essere, la voce della consapevolezza, la voce della persona, quella voce che vanamente Michelangiolo cercava dal suo Dio-Mosè.
    La persona, essendo eminentemente totalità libidico-emotiva e mentale, nella fiducia estrema che le deriva dal compito gioioso di costruttore di persone, non ha inibizioni, sensi di colpa e condanne moralistiche nei confronti del narcisismo, anzi liberamente ama sé stessa come persona e coloro che sono persone, o anelano a divenire persone. Perciò, per amore della persona come modello di unificazione totale e rigenerazione liberatoria delle varie parti o strutture della mente, componenti l'individuo fratturato e disintegrato, così come è stato concepito dalla teoria strutturale della mente di Freud, la persona esce dalla sua beatitudine (vuoto mentale = libertà) e a volte si aliena temporaneamente, sporgendosi pericolosamente fuori di sé, per condurre altri individui alla persona. Questo continuo sporgersi creativo, riscontrabile soprattutto nello psicoanalista-persona, implica quello che ho ridefinito, parafrasando e utilizzando un fondamentale concetto nietzschiano - l'anello dell'eterno ritorno alla persona - ritorno che rinnova, accanto e oltre il dolore e il sacrificio, la benedizione dell'amore consapevole e dell'amicizia reciproca.
    Contro Schopenhauer e il suo estremo pessimismo e cinismo, soprattutto per quanto riguarda la relazione uomo-donna, contro l'eccessiva idealizzazione dell'orientalismo e la corrispettiva denigrazione della cultura occidentale, oltre la beatitudine del godimento (narcisistico) del vuoto e del silenzio, validi solo in quanto momento di ricupero narcisistico, io sostengo che la massima realizzazione dell'essere sulla terra è il rapporto persona-persona, più specificamente il rapporto tra l'uomo-persona e la donna-persona, e sullo sfondo la creazione di un mondo di persone. Fino a che punto Schopenhauer aveva compreso il significato ultimo dell'ascetismo orientale come difesa dall'amore della vita e, quindi, dall'amore personale, è chiaramente espresso da questa riflessione: "Nella meditazione tranquilla e silenziosa del Nirvana, cioè nell'estasi dell'annientamento, vivevano come se non vivessero affatto." Oltre tutto questo, e oltre pure l'amore-passione, romantico, simbiotico e mortale, mistificazione della "lotta mortale tra i sessi", vive la persona e l'amore persona-persona.