
Davide Lopez, Loretta Zorzi
Terapia psicoanalitica delle malattie depressive
Raffaello Cortina Editore - Milano, 2003
Quarta di copertina
Un modello di terapia
che tende a far prevalere la consapevolezza del paziente
sulle istanze portatrici dell'istinto di morte
Seconda di copertina
Momento di rottura, vero e proprio crollo narcisistico che
sgretola la corazza caratteriale, la depressione è il luogo in cui lo
psicoanalista incontra, più che altrove, il dolore e l'odio, la colpa e il
lutto.
Muovendo dall'idea della depressione come essenza della crisi esistenziale
dell'era contemporanea, gli autori delineano un modello di terapia che tende a
far prevalere la consapevolezza del paziente sulle istanze portatrici
dell'istinto di morte, mettendo in questione la tradizione psicopatologica non
solo rispetto alla depressione ma anche rispetto all'intera concezione della
cura.
La psicoanalisi classica, dominata dalla teoria dell'istinto di morte, ha
accentuato il senso di colpa dei pazienti depressi, spingendoli verso una
"riparazione" che Lopez e Zorzi disvelano come vero e proprio masochismo. La
psicoanalisi attuale ha semplicemente rovesciato l'impostazione classica, senza
perderne la tonalità depressiva. Fra queste correnti la posizione degli autori
segue la "via di mezzo", armonizzando le istanze più costruttive della
psicoanalisi in una teoria della tensione relazionale. Tale teoria implica il
superamento del dominio degli oggetti esterni e interni da un lato e delle
pretese narcisistiche dell'Io-Sé dall'altro, in modo da pervenire a un
equilibrio relazionale dell'Io-Sé con gli oggetti interni ed esterni.
Indice
Prefazione VII
Introduzione IX
Capitolo I 1
La psicoanalisi dei conflitti e della colpa.
La sottomissione dell'Io all'oggetto 1
La duplice mistificazione di Freud 1
Karl Abraham: l'importanza delle fasi precoci dello sviluppo
libidico-emotivo nella depressione 6
Melanie Klein: l'idealizzazione della posizione depressiva
14
Il "lavoro del lutto e del dolore" come disumanizzazione
meccanicistica 18
Tentativi di umanizzazione e visione globale 22
Mania: trionfo dell'Io sull'oggetto. Depressione: trionfo
dell'oggetto sull'Io 24
Capitolo II
La psicoanalisi del Sé, della vergogna e della debolezza 29
Harry Guntrip: la depressione come difesa dalla debolezza
29
Lo sforzo compensatorio della coscienza contro la depressione
35
Capitolo III
La psicoanalisi della costruzione dell'altro mediante l'odio 47
Donald W. Winnicott: l'odio come pre-condizione per l'uso
dell'oggetto 47
La redenzione dell'aggressività 51
Capitolo IV
Tentativi di integrazione tra psicoanalisi dell'oggetto e psicoanalisi del Sé 57
Kernberg e Kohut 57
Offuscamento della differenza tra l'oggetto e il Sé: lo stato
fusionale originario 64
Differenziazione tra Super-io e Io ideale:
distinzione tra colpa e vergogna 69
Carattere e depressione 78
Capitolo V
Il sorgere della persona 83
Analisi del crollo narcisistico 83
Mimesi speculare reciproca 101
Capitolo VI
Disturbi istero-schizoidi e malattie depressive 111
Disturbi istero-schizoidi, isterici e narcisistici 111
Tre storie cliniche (Loretta Zorzi Meneguzzo) 114
Una riflessione conclusiva 164
Capitolo VII
Confronto sulle malattie depressive (Davide Lopez) 167
Jean Bergeret e i casi limite 167
Ricostruzione della mente 185
La crisi depressiva della psicoanalisi 204
Epilogo 219
Bibliografia 227
A distanza di dodici anni dall'uscita del libro Dalla
depressione al sorgere della persona (Lopez, Zorzi, 1990) abbiamo sentito
l'esigenza di rinnovarlo, di eliminare le parti meno valide e quelle desuete, di
ampliarne la concezione e, infine, di migliorarne la forma. E, soprattutto, la
struttura è stata perfezionata, nella misura in cui il Sé narcisistico,
assimilabile al Sé luciferino, ha assunto il ruolo che gli spetta, come agente
principale (Lucifero, principe di questo mondo) della malattia depressiva, e non
solo di essa. Sé luciferino è la nostra definizione del Super-io sadico arcaico
introiettato, risultato della relazione precoce con i genitori. Esso, nella
dialettica perversa con un Ideale dell'Io grandioso megalomanico affermatosi
nell'adolescenza, istituisce il circolo vizioso maniaco-depressivo. Se si
osserva in profondità l'insieme delle forme patologiche, unipolari e bipolari,
si comprende che il sentimento vitale viene o imprigionato, sterilizzato e
sequestrato, nella depressione, oppure esaltato a dismisura nella mania e, in
modo alquanto attenuato, nell'ipomania - in questi due ultimi casi il fattore
patogeno principale è l'Ideal du moi grandioso
messo in luce soprattutto dagli psicoanalisti francesi.
Il libro è stato concepito fin dall'inizio come un dialogo
con i diversi autori che da Freud in poi si sono occupati della malattia
depressiva. Mancava, tuttavia, nella prima stesura, il confronto con
psicoanalisti, come ad esempio Bollas e Bergeret, che a nostro avviso sono
coloro che in quest'epoca, in cui si è manifestata "la crisi della
psicoanalisi", si sono sforzati, insieme a non molti altri, di risistemare le
fondamenta stesse del nostro sapere (specialmente Bergeret), e di ampliare la
comprensione psicopatologica di entità così sfuggenti come ad esempio l'isteria
(Bollas). E, però, vero che malgrado l'estensione e la profondità delle sue
ricerche, sfugge a Bollas proprio la comprensione del significato essenziale
dell'isteria, quello della scissione in due stati di coscienza collaterali, uno
che permane in una condizione non dissimile dal normale e un altro
specificamente e squisitamente isterico, dove l'individuo soggiorna
temporaneamente per soddisfare in buona coscienza impulsi e desideri altrimenti
proibiti e rimossi. Il confronto con Bollas avviene sul piano della comprensione
della malattia depressiva, come il lettore potrà vedere nel paragrafo La
ricostruzione della mente nell'ultimo capitolo di questo libro, dove Lopez
osserva che lo psicoanalista inglese arriva a dichiarare un certo smarrimento
dinanzi all'incalzare dei pensieri autodistruttivi di un caso di depressione
abbastanza grave da lui trattato. Lo smarrimento è dovuto proprio al non
riconoscimento del fattore generativo della depressione che è il Sé luciferino.
Un'analoga assenza di comprensione si evidenzia anche in
Bergeret per quanto attiene all'isteria. Il confronto con questo autore, del
quale noi riconosciamo l'insostituibile valore, come sistematore nosologico
delle diverse entità morbose, dalla nevrosi alla psicosi e, soprattutto, degli
stati limite, altrimenti definiti borderline, avviene nel corso dell'ultima
parte. del libro e precisamente nel capitolo critico-sintetico sullo
psicoanalista francese, dove diviene evidente che la mancanza della cognizione
in Bergeret del continuo gioco dei doppi ruoli, limita, secondo il nostro
vertice di osservazione, le potenzialità terapeutiche di questo valido
psicoanalista. Nei tre casi clinici, trattati e illustrati da Zorzi, di
depressione minore sovrappostasi a una struttura caratteriale istero-schizoide,
viene esemplificato proprio l'aspetto dinamico-relazionale delle stratificazioni
caratteriali, alla luce dell'analisi del gioco dei doppi ruoli e del conflitto
mimetico.
Inoltre, Bergeret nomina la genitalità, ma non ne parla mai
e, nella misura in cui in lui essa è quasi indistinguibile dall'edipo, non viene
affermata nella sua essenza specifica. Questa considerazione conduce a un
concetto per noi vitale e al quale invitiamo il lettore a prestare costante
attenzione. Per anni Lopez si è dedicato a sviluppare la costruzione di modelli
di sanità e, specificamente, del modello da lui definito genital-personale, più
di quanto sia stato attratto dalla patologia. Ciò non significa che abbia
trascurato la clinica, a cui si è dedicato per oltre cinquant'anni. Ma, senza il
modello che attrae a sé, come stella polare, lo sviluppo libidico-emotivo degli
umani, parafrasando Kant - le esperienze senza i concetti sono cieche, i
concetti senza le esperienze sono vuoti -, tutto il sapere psicopatologico di un
Bion, ad esempio, e in generale degli psicoanalisti, si imbatte nel muro del
silenzio della parola. Cosa c'è oltre il conflitto edipico? Questo libro vuole
indicare e svelare la via oltre l'edipo, dove si estende il grande continente
della genitalità e della persona.
In questo libro vengono sviluppate le
problematiche specifiche della malattia depressiva nel confronto dialogico con
la letteratura psicoanalitica internazionale sull'argomento.
Nell'affrontare l'analisi della depressione ci si imbatte in
due fondamentali correnti psicoanalitiche che prendono le mosse da angolazioni
diverse. Alla psicoanalisi classica, fondata sulla, e regolata dalla, teoria
strutturale della mente - Freud e i suoi epigoni, soprattutto americani -, e
alla psicoanalisi kleiníana delle relazioni di oggetto - oggetti interni per
intenderci -, si è con gli anni contrapposta quella che alcuni autori
definiscono "psicoanalisi del Sé" e altri connotano come "psicoanalisi del
deficit". Negli ultimi anni si è affermata la psicoanalisi intersoggettivista
che ha raggiunto una posizione preminente in America. Naturalmente
l'intersoggettivismo è una manifestazione specifica della cultura
postmodernista. La psicoanalisi freudiana e quella kleiníana enfatizzano
l'oggetto, soprattutto interno, quindi i conflitti tra l'Io e le diverse
componenti della struttura psichica. Nella psicoanalisi kleiniana sentimento di
colpa e istanza riparativa dell'Io nei confronti dell'oggetto assumono una
posizione dominante: da qui deriva il colorito depressivo di questa
psicoanalisi. Dal canto suo, la psicoanalisi del Sé rovescia in qualche modo la
prospettiva, ponendo in primo piano, quindi privilegiando, il "difetto
fondamentale" (Balint), l'inadeguatezza trofica dell'oggetto primario e lo stato
di debolezza e di vergogna di un Sé inerme (Erikson e Guntrip), costretto a
sviluppare istanze compensatorie narcisistiche, coagulate nel Sé grandioso
(Kohut).
Fra tutte queste correnti psicoanalitiche la nostra posizione
clinico teorica potrebbe essere compresa come intermedia: segue la "via di
mezzo". Siamo sospinti dall'esigenza, che pensiamo epocale, come richiamo
insistente e persistente dell'Essere, di modulare e armonizzare le
istanze più costruttive, antiche e nuove, passate e presenti, della
psicoanalisi.
La teoria della tensione relazionale, da noi sostenuta
nella teoria, nella terapia e lungo il corso del libro, implica ed esige il
superamento del dominio afoso degli oggetti esterni e interni da un lato, e
delle inesauste e ingorde pretese narcisistiche dell'Io-Sé dall'altro - sotto
questa dizione abbiamo riunito insieme l'Io e il Sé -, sì da pervenire a un
equilibrio relazionale (da anni Lopez ha in parte sostituito al concetto di
oggetto interno quello di oggetto relazionale) melodico dell'Io-Sé
con gli oggetti interni ed esterni. Prospettiva essenziale della teoria della
tensione relazionale è la costruzione della persona e il rapporto
d'amore persona-persona.
La malattia depressiva si è imposta gradualmente
all'attenzione dello psichiatra e dello psicoanalista e, insieme alla struttura
borderline a essa strettamente connessa, ha invaso a tal punto il territorio
occupato dalla schizofrenia, dalla paranoia e dalle nevrosi, da assorbire
l'interesse prevalente degli studiosi. Insieme a Bergeret noi riteniamo che la
malattia depressiva sia spesso l'esito del disturbo strutturale borderline. Ciò
non stupisce, nella misura in cui si conosce l'invasività del depresso,
l'appello umanitario implicito ed esplicito, la pressione che egli esercita sul
piano familiare e sociale - tratti di carattere questi che si riscontrano anche
nei borderline - riuscendo quasi sempre a sommuovere collusioni nell'ambiente
che lo circonda. D'altra parte, il diffondersi della malattia a livello
internazionale è manifestazione di una crisi esistenziale generalizzata
dell'uomo della nostra epoca.
Nel campo della psicoterapia, le teorie
cognitiviste-comportamentali di Arieti e di Beck, da una prospettiva
eclettico-empirica, offrono spunti interessanti alla comprensione
clinico-teorica della malattia depressiva nell'evidenziare gli schemi cognitivi
deformati e difettosi del malato, anche nella misura in cui rivendicano
l'indispensabilità di una maggiore attività dello psicoterapeuta - da Lopez
sostenuta da sempre in psicoanalisi indipendentemente da questi autori.
Tuttavia, il loro disinvolto tentativo di sostituire la psicoanalisi cozza
contro lo zoccolo duro della loro stessa incapacità a penetrare nelle strutture
profonde della psicologia umana. Essi sembrano ignorare letteralmente il
significato del narcisismo e delle motivazioni profonde, inconsce e preconsce,
che sono alla base degli schemi cognitivi e ne spiegano le svariate
deformazioni. D'altra parte, la loro conoscenza della psicoanalisi si arresta
agli anni pionieristici, e ciò consente loro il presentarsi alla ribalta, sul
palcoscenico della storia, come rivoluzionari.
A nostro modo di vedere, la diffusione su scala planetaria
della struttura borderline di personalità e della conseguente tendenza alla
depressione, più che espressione del diradarsi dei "fili della trama",
dell'allentamento della struttura trascendentale dell'Essere", e dello
sconvolgimento del movimento temporale che implica fissazione a un passato
irripetibile, che proietta la sua ombra mortifera sul futuro, come sostiene
Binswanger, è manifestazione del progressivo sfaldamento e dissoluzione delle
strutture caratteriali controllate dal Super-io edipico. Qualora questo Super-io
faccia parte della storia essenziale dell'Essere è bene che sia crollato.
Purtroppo, però, esso è stato sostituito da forme più regressive connesse e
derivate dal rapporto arcaico con la madre e, quindi, con il matriarcato.
Binswanger sviluppa il suo pensiero clinico-teorico sulla
teoria intenzionale di Husserl e individua nella depressione, e nella sua
alternativa maniacale, la manifestazione di un esperimento malriuscito
dell'Essere, termine per lui equipollente a Natura. La sofferenza depressiva
sarebbe, dunque, manifestazione della disperazione dell'Essere stesso per
essersi irretito in una svolta senza ritorno. Conseguenze ineluttabili di questo
fallimento dell'Essere-Natura sono: l'irrecuperabilità di colui che soffre "di
psicosi maniaco-depressiva" e la fondazione del Dasein, dell'esserci
dell'uomo, come immedicabile passività e irrimediabile irresponsabilità: l'uomo
diventa soltanto marionetta (Von Kleist), sospesa ai fili dell'Essere. Questa
impalcatura teorico-filosofica serve a Binswanger per contrabbandare, sul piano
clinico-pragmatico, talis qualis, le prospettive terapeutiche
della vecchia psichiatria e delle sue formulazioni nosologiche: il depresso è
uno psicotico, cui è concessa, sebbene raramente, la guarigione sintomatologica,
ma a cui è sbarrata la via verso una trasformazione esistenziale tale da essere
accolto nel grembo di un Essere che attrae a sé e vivifica. L'irrecuperabilità
del malato è strettamente connessa alla temporalità, concepita in modo lineare e
afosamente incalzante da Husserl. La fissazione irriducibile del depresso al
passato, all'oggetto e ai valori perduti, alla "retentio", significa, per
Binswanger, il quale applica in modo forse troppo personale le teorie
storicistiche del maestro, che il depresso ha irrefragabilmente perduto il treno
della storia, ed è, dunque, irrecuperabile.
Implicita nel concetto di tempo emotivo di
Lopez è la potenzialità del recupero totale libidico-emotivo, vivente, del
passato significativo della storia individuale e universale e degli oggetti di
questa storia nell'hic et nunc relazionale e nell'eternità dell'attimo.
In verità, non vi è crisi esistenziale più profonda del cataclisma depressivo,
certamente la forma più grave di depressione. Se considerata dal terapeuta come
rito iniziatico con potenzialità trasformative, il depresso può emergere da essa
come individuo rigenerato e trasformato, come persona.
La fissazione al passato, come possibilità trasformativa non
avvenuta, perdita dell'oggetto, come relazione d'amore irreparabilmente e
irrimediabilmente non realizzata, può essere anche compresa dalla prospettiva di
un disturbo di simbolizzazione. Il simbolo e la sua funzione trasformativa sono
perduti per il soggetto: vengono espropriati dal passato e dai suoi oggetti.
Nella misura in cui il trattamento psicoanalitico della depressione riesce a
recuperare e riappropriare per il malato la funzione simbolica, e non solo la
funzione simbolica come vuole una parte della psicoanalisi, ma anche la
consapevolezza, come pensiamo noi, in questa stessa misura viene superata la
visione dogmatica, tra lo scettico e il depressivo, di Binswanger, per il quale
il difetto di simbolizzazione è - metafisicamente e feticisticamente -
costitutivo e "naturale", statico e non dinamico. È proprio attraverso il
recupero della funzione simbolica, e soprattutto della consapevolezza, che il
depresso, una volta superate l'inadeguatezza, l'inferiorità e la vergogna
prodotte dall'imperversare dell'ipercritica luciferina, riesce a gettare un
ponte fiducioso verso l'avvenire.
Il cristianesimo aveva, quantomeno, istituito la potenzialità
del libero arbitrio che implica per l'uomo la possibilità di essere attore e
creatore di storia. E, dunque, qualora noi volessimo perfino pensare la malattia
depressiva come esperimento malriuscito dell'Essere, potremmo, in una concezione
più approfondita rispetto a quella di Binswanger, che implichi, quindi, il
rovesciamento tragico-dialettico dell'intenzionalità dell'Essere, arrivare a
pensare che la diffusione estensiva della malattia depressiva sia una necessità
epocale, tragica appunto, affinché l'uomo in una prolungata e sconvolgente crisi
esistenziale, con il coraggio della più paradossale trasgressione, colga
richiami e significati non ancora manifesti ed espliciti dell'Essere. Il
risultato finale diventa così una ricomposizione modulata e armonica del
rapporto del Dasein con l'Essere.