
Davide Lopez
La trama profonda
(analisi del mito greco)
Coliseum - Milano, 1986
Quarta di copertina
CHI NON HA MAI INCONTRATO DAVIDE LOPEZ
- LA SUA EMPATICA SAPIENZA, IL SUO
SORRISO DA NEONATO - NON CONOSCE IL
PIÙ GRANDE PSICOANALISTA CONTEMPORANEO
CHE, COL MODELLO DELLA GENITALITÀ E DELLA
PERSONA, CI HA CONSEGNATO IL FRUTTO
MATURO E SORPRENDENTEMENTE FELICE DELLA
TRADIZIONE ANALITICA. CON LA SUA
FONDAMENTALE IRRIVERENZA, E SUPERIORE
VENERAZIONE, LOPEZ LEGGE IN QUEST'OPERA
LA TRAGEDIA GRECA, RICONOSCENDOVI
LA TRAMA PROFONDA DEI NOSTRI CONFLITTI E
CONTRAPPONENDO ALL'INTERPRETAZIONE
FREUDIANA, E SOFOCLEA, DEL MITO DI EDIPO
LA SOLUZIONE DI ESCHILO, IL QUALE - ENTRO
LA CONTESA TRA MATRIARCATO E PATRIARCATO,
ENTRO L'ODIO MORTALE, PIÙ PROFONDO
DI AMORE, TRA I SESSI E LE GENERAZIONI -
INDOVINO IL DIFFICILE PASSAGGIO EVOLUTIVO.
DAVIDE LOPEZ È MEMBRO ORDINARIO DELLA BRITISH
PSYCHO-ANALYTIC SOCIETY E DELLA SOCIETÀ
PSICOANALITICA ITALIANA, IN CUI È DIDATTA E
SUPERVISORE. ESERCITA LA PSICOANALISI A MILANO,
DOVE DIRIGE LA RIVISTA "GLI ARGONAUTI". TRA LE SUE
OPERE RECENTI, "LA PSICOANALISI DELLA PERSONA".
Indice
Prefazione dell'Autore 1
Introduzione alla tragedia 4
Eschilo 15
Sofocle 60
Euripide 96
Le Baccanti 113
L'aletheia del sacro nell'Oresteia 126
Note 1460
I saggi qui raccolti, a eccezione di uno - «L'aletheia del sacro
nell'Oresteia» - sono stati scritti nel 1973, quando ero inebriato dalla
rilettura, estesa ed approfondita, di Nietzsche. L'ebbrezza, come mostra Platone
nel Fedro, a mio modo di vedere il libro più divino del divino filosofo,
è uno stato di grazia dove la potenza creativa di un dio (il preconscio)
suggerisce parole e frasi all'incantato mortale che le dice e le trascrive. A
distanza di dodici anni, con più sapere e forse meno ebbrezza (lascio giudicare
al lettore), in occasione di un incontro tra grecisti, filosofi e psicoanalisti,
sono tornato a rivisitare Eschilo, il trageda da me preferito, e la sua
sovrumana tragedia, l'Oresteia. Eschilo, che ho definito la vetta più
alta della cultura greca, là dove la tragedia attica aveva indovinato la via, il
difficilissimo passaggio che - oltre il conflitto edipico e la tragedia
universale - conduce alla terra promessa della genitalità e della persona,
passaggio cui neppure Freud riuscì a pensare.
Piacevolmente sorpreso, venni a sapere che il filosofo
Emanuele Severino stava curando una nuova traduzione dell'Oresteia, e che egli
considerava Eschilo sommo fra i tragedi. E non è tanto che mi abbia deluso la
perfezione della sua traduzione (tanto saggia, forse troppo saggia, dove la
saggezza logico-filosofica prevale sul pathos e sull'ebbrezza, a noi trasmessi
da Manara Valgimigli); piuttosto, sento lontananza emotiva e mentale dal suo
commento critico.
A me sembra che l'ideologia forzi troppo la penna di
Severino, a tal punto da identificare Eschilo con un filosofo, sia pure uno dei
più grandi della Grecia. Eschilo non è un filosofo ma un pensatore, e non solo
un pensatore, proprio nella misura in cui è impossessato dal fuoco sacro del
divino, quel divino che Severino intravede proprio nella ratio e
nella saggezza da benpensanti dei vecchi argivi del coro dell'Agamennone,
e anche nella giustizia dei giudici delle Eumenidi, e che a me sembra
piuttosto ispirata dagli dèi, soprattutto dalla grande triade dei nuovi dèi -
Zeus, Apollo e Atena - e niente affatto dalla saggezza filosofica. L'ambiguità
della saggezza del coro esprime, meravigliosamente, l'approssimarsi del pasto
totemico. Il coro in Eschilo, in questa trilogia e in alcune altre sue tragedie,
è composto da vecchi, vecchie, donne, giovani, insomma dai più deboli, coloro
che non riescono ad assurgere al ruolo di personaggi tragici, i quali con animo
ambivalente, soprattutto troppo saggio (saggio vuol dire
assaggiatore-risparmiatore di capri espiatori), presagiscono, tremebondi ma
freneticamente anelanti, il momento culminante orgiastico-dionisiaco del
sacrificio dell'eroe-vittima.
E perché mai, in nome di quale nuovo dio - domando a Severino - dovremmo noi
prendere per vera saggezza, manifestazione di necessità, verità e sanità, la
negazione del divenire, della morte e del nulla da parte di un filosofo a noi
contemporaneo, e non comprendere invece che noi ci imbattiamo qui in una nuova
forma di sepoltura (apparente, logica) del divenire, in un'ideologia
molto personale, dove insieme al divenire si tenta di negare euforicamente il
dolore, il pathos, il sentimento, la morte, il salto nel vuoto dei
maestri dell'Oriente, il grande rischio dell'avventura creativa, sia essa
l'amore, sia essa il pensiero.
Credo anch'io nell'eternità di tutte le cose, di tutte le
forme di esistenza, a cui proprio la morte e il nulla garantiscono eternità di
eterno ritorno, giacché come potrebbero vivere e pervenire a compiuta maturità
senza il divenire? Ed è proprio l'eterno ritorno che annulla lo strapotere della
morte, quale esito sempre tragico del divenire, e stabilisce una giustizia che
trascende la filosofia e la metafisica greche, poiché la nascita di un bimbo e
l'amore tra due persone sono eventi sacri che non fanno ingiustizia ad altri
eventi nella misura in cui ogni cosa nasce, cresce, perisce e rinasce, a suo
tempo e luogo, nel circolo dell'eterno ritorno. «Tutte le cose sono incatenate,
sono inanellate, sono innamorate » canta Nietzsche nel momento più estatico di
Così parlò Zarathustra. Lo strapotere dell'essere sul nulla, in quanto
pensiero del filosofo, si rovescia paradossalmente nel suo opposto:
nell'angoscia della determinazione, della vita come intensità libidico-emotiva
ridotta dalla paura della morte a vita vegetativa, contemplativa.
Ma io mi auguro che il lettore sia stimolato da questo spunto
polemico (polemos di tutte le cose è padre) e, nella differenza
tra due vertici di osservazione, del filosofo e dello psicoanalista, veda
l'eterno fluttuare e oscillare del pensiero dall'accorta alla selvaggia
saggezza, in una dialettica distruttivo-costruttiva che esprime la tensione
dell'essere nel divenire dell'eterno ritorno.